Le centrali italiane

Si dice che “L’Italia non ha nucleare”. Questa frase è sbagliata, perché di nucleare ce n’è eccome. Sappiamo tutti come sono andate le cose. Nel 1987 un referendum popolare ha stabilito, di fatto, che in Italia non si dovessero più né costruire né attivare centrali nucleari. Quelle che c’erano andavano chiuse. Cominciamo a vedere quali erano queste centrali tutto quello che era connesso a questa attività.

  • Centrale elettronucleare di Garigliano.
Si trova nel comune di Sessa Aurunca (Caserta) sul fiume Garigliano. Conteneva un solo piccolo reattore da 150 MW. I lavori terminarono nel 1964, anno in cui l’impianto entrò in produzione. Nel 1978 ci fu un incidente, sul quale ci sono molti dubbi e interpretazioni differenti. I gestori dell’impianto (ENEL) e i rappresentanti dello stato (l’allora ANPA, poi diventata APAT, Agenzia Protezione Ambiente e Servizi Tecnici) hanno sempre sostenuto che da quell’incidente non sia derivato alcun pericolo per le persone. Tuttavia alcune perplessità permangono e qualcuno parla del Garigliano come della Cernobil italiana. In particolare si dice che scorie radioattive di Cesio e Cobalto abbiano invaso l’area finendo fino al mare nella zona di Gaeta, molto frequentata turisticamente. Io non so cosa ci sia di vero, quindi mi limito a riportare le voci. Certo che se del Cesio avesse invaso l’area, oggi ce ne sarebbe ancora la metà a fare danni perché radioattivo e con queste bestie è sempre meglio non averci niente a che fare. A seguito di quell’incidente tuttavia la centrale terminò la sua vita, dal momento che la spesa per la riparazione venne giudicata eccessiva per i risultati che si potevano ottenere. Dunque questa centrale fu chiusa dieci anni prima del famoso referendum, anche se la sua chiusura ufficiale risale ad una delibera del 1982. Il nome Garigliano è tornato sulla cronaca nei primi mesi di quest’anno, quando da più parti si è ventilato di usare la vecchia centrale come sito di stoccaggio per le scorie radioattive italiane. Va precisato che, nonostante si trovi in Campania, la centrale è praticamente a due passi dal Lazio (provincia di Latina) e quindi vengono coinvolti gli interessi di due regioni. Alle voci su questo argomento è successo un putiferio. Dal momento che anche chi è favorevole al nucleare lo vuole lontano da casa propria, uomini politici di sinistra e di destra hanno trovato mille motivi per cui quel sito non si può fare proprio là. “Abbiamo già dato abbastanza” – “Questa è una zona sismica”. Il sindaco di Gaeta, Antonio Raimondi (a capo di una lista civica di ispirazione centrosinistra) non ne vuole sentire parlare nemmeno e, a nome dei colleghi sindaci della zona dice: “Un impianto del genere  sarebbe un colpo mortale per le nostre bellezze naturali, per i nostri imprenditori e per i nostri cittadini, già colpiti dagli effetti della crisi. Chiediamo invece di accelerare il processo di smantellamento della centrale del Garigliano e chiediamo maggiori investimenti per lo sfruttamento delle energie rinnovabili”. Ne parleremo meglio più avanti, ma c’è da sapere che la proprietà delle centrali italiane nel 1999 è passata ad una società di gestione, chiamata SOGIN, che aveva ed ha come compito preciso lo smantellamento e la messa in sicurezza delle quattro centrali chiuse e del loro contenuto pericoloso. L’iter per Garigliano dovrebbe chiudersi nel 2016.

  • Centrale elettronucleare di Latina
Questa è un’altra piccola centrale, con un reattore da appena 153 MW, situata nella frazione di Borgo Sabotino nel comune di Latina. Entrò in funzione nel 1964 e funzionò fino al 1 dicembre 1987, quando venne chiusa in applicazione dell’esito del referendum. Ma la centrale in realtà era già ferma da un anno (dalla fine di novembre del 1986) su decisione governativa, con ogni probabilità in seguito all’eco dell’incidente di Cernobil. Anche per questo impianto la SOGIN ha intrapreso la strada dello smantellamento e della messa in sicurezza del materiale radioattivo prodotto. La fine della procedura è prevista non prima del 2030.

  • Centrale elettronucleare di Trino Vercellese
Questa centrale, il cui reattore era fornito dall’americana Westinghouse, aveva una potenza di 260 MW. E’ intitolata ad Enrico Fermi e cominciò a produrre nel 1965. Terminato il primo ciclo di combustibile l’impianto rimase fermo tre anni per la rottura dello scudo termico del reattore. Dopo questo incidente però la centrale non ne ebbe altri fino alla sua chiusura che avvenne nel 1987. Accanto a questa centrale nucleare era prevista la costruzione di una seconda. Era già stata destinata l’area e avviato il progetto. Si trattava di una grande centrale con due reattori da 950 MW. Ma a seguito del referendum il progetto decadde e nell’area venne poi realizzata una centrale a ciclo combinato di gas della potenza di 700 MW.

  • Centrale elettronucleare di Caorso
Questa è sicuramente la centrale italiana più conosciuta, la più potente. Si trova a Caorso, un paese in provincia di Piacenza sul fiume Po. E’ più potente perché la sua costruzione è decisamente più recente delle altre. Il suo reattore, chiamato confidenzialmente Arturo, aveva una potenza di 860 MW. La costruzione di questa centrale mostra i progressi tecnologici, infatti invece dei 4 anni circa delle altre centrali, per questa ci vollero otto anni e poi altri tre prima di entrare in produzione. Questo avviene nel 1981. La centrale termina la produzione nel 1986, ma viene decisa la sua definitiva chiusura nel 1990. Nel 2001 il decreto Letta da il via allo smantellamento accelerato della centrale da parte di SOGIN. Le cose tuttavia cambiano alcuni anni dopo, nel 2003 quando un decreto di cui ho parlato nelle scorse puntate, il decreto Marzano, rende nuovamente legali le collaborazioni internazionali sul nucleare. Così la SOGIN e AREVA si accordano per trasportare le barre di combustibili ancora presenti da Caorso a Le Hague, dove AREVA gestisce un impianto di riprocessamento. Il fatto che si sia attivata una procedura accelerata per lo smantellamento fa ovviamente aumentare i costi. Qualcuno ha calcolato in 500 milioni di euro il costo del processo. Piccolo quiz: indovinate a carico di chi? Su Caorso recentemente se ne sono sentite di ogni tipo. Così il presidente di General Electric, la multinazionale con il maggior traffico mondiale di affari, Giuseppe Recchi ha cercato di convincere il governo a riutilizzare l’impianto, interrompendo il lavoro di SOGIN e rimettendo ogni cosa a posto. Entro il 2014 – dice Recchi – potremmo tornare a produrre 900 MW di potenza da Caorso. Non so come prenderebbe SOGIN una simile svolta nella storia, ma so per certo come la prenderebbero gli abitanti della zona, in testa il sindaco di Caorso (di centrodestra) che di questa centrale ne hanno le scatole piene e non vedono l’ora che le scorie vengano portate via.

Il decommissioning

La nostra società è bravissima ad usare termini che la gente non è in grado di capire. Così quando i controllori degli autobus sono stati sostituiti dalle macchinette abbiamo imparato che i biglietti andavano obliterati. C’era gente che passava tutto il viaggio col biglietto in mano cercando di capire quale misteriosa operazione fosse quella della obliterazione. Che se dicevano che il biglietto andava timbrato infilandolo nella fessura della macchinetta arancione capivano tutti e non c’era problema. In queste settimane si sta continuamente parlando del “revamping” di uno dei cementifici di Monselice, quello della Italcementi che vorrebbe costruire una torre alta oltre 120 m nel parco. Anche in questo caso il termine è del tutto sconosciuto e deriva dal verbo inglese revamp che significa semplicemente rimodernare, riorganizzare, parole evidentemente troppo semplici per non far capire ai cittadini quello che si vorrebbe fare. Nonostante le spiegazioni che nella trasmissione di Albino oggi a mezzogiorno sono state date credo che molti preferirebbero dei termini più commestibili. Mi viene in mente quel lettore del blog di Grillo, basato su un motore tutto in inglese che appena entrato scrisse un intervento intitolato: Cosa casso seo tuto sto inglese?” Ecco, per dire che ci sono un sacco di parole che potrebbero essere usate in italiano ma che si preferisce lasciare in inglese.  Un altro termine è “decommissioning” e si riferisce proprio agli impianti nucleari. Una centrale, terminato il suo ciclo di produzione, deve essere decommissionata, che in italiano suona come smantellata, ma la parola non è positiva e quindi meglio usare quella inglese che così nessuno se la prende più di tanto. Proprio come tutte le centrali obsolete arrivate alla fine del proprio ciclo di funzionamento anche quelle italiane, chiuse per altri motivi come abbiamo appena visto, devono essere “decommissionate”. In realtà questa attività è piuttosto complessa. Vediamo brevemente di cosa si tratta. La prima cosa da fare è occuparsi del nocciolo. Come detto più volte il nocciolo è il cuore del reattore nucleare, la struttura dove sono contenute le barre di combustibile a decine di migliaia, assieme alle barre moderatrici che impediscono l’innescarsi di una reazione a catena e alle barre di controllo che possono variare anche se non di molto la potenza erogata dal reattore. (vedi nocciolo.doc) Lo smantellamento di una centrale nucleare è molto complesso e lungo. Ed è proprio la presenza del materiale radioattivo e la contaminazione del personale, delle strutture e di tutto quello che è venuto a contatto con il reattore a far diventare le operazioni così complicate. Complicate, lunghe e costose. L’obiettivo è quello di rendere non solo l’edificio ma l’intera area sicura. Deve cioè risultare impossibile qualunque tipo di incidente nucleare e la zona deve poter tornare alle sue originarie attività; ad esempio al pascolo degli animali o alla coltivazione agricola. E’ piuttosto ovvio che la durata e la complessità dello smantellamento dipendono dall’attività della centrale (potenza, anni di esercizio, località) e quindi anche i costi variano da caso a caso. Ma, tanto per inquadrare la faccenda facciamo qualche esempio di cui si conoscono i dati. Francia: una piccola centrale a Brennilis (Bretagna) da soli 70 MW di potenza è già costata 500 milioni di euro (ne erano previsti 25 all’inizio!) e non è ancora terminata do 20 anni di lavori. Non solo, ma in queste fasi un po’ di Plutonio, del Cesio e soprattutto del Cobalto 60, molto tossico, sarebbero percolati nel vicino lago. Sempre in Francia è stato smantellato un centro per il riprocessamento. Secondo la World Nuclear Association ci vorranno in tutto quasi 6 miliardi di euro e 40 anni di tempo. Metà del costo è dovuto alla gestione delle scorie radioattive prodotte, quasi 20 mila tonnellate. Anche in altri paesi europei il decommissioning è avvenuto finora solo su impianti molto piccoli (ad es. In Germania a Nideraichbach e in Gran Bretagna a a Windscale) e sono comunque costati centinaia di milioni di euro. Forse gli Stati Uniti sono quelli che possono fornire dati più precisi. Molte compagnie elettriche americane infatti stimano in circa 320 milioni di dollari per lo smantellamento di ogni reattore nelle centrali USA. SI tratta comunque di dollari del 1998. In questi 12 anni l’inflazione americana ha sfiorato il 40%. La domanda che viene da farsi è ora la seguente. Dal momento che le centrali sono state costruite prevalentemente con soldi pubblici e che il prodotto è stato comprato (spesso senza poter scegliere un’alternativa) dai cittadini, pagandolo attraverso le bollette della luce, chi pagherà lo smantellamento? Torniamo ancora negli USA, dove le compagnie elettriche ("public utilities") hanno aggiunto un tassa tra i 0,1 a 0,2 cents/kWh per poter finanziare lo smantellamento. Le aziende devono inviare rapporti alla Nuclear Regulatory Commission con una certa regolarità, dimostrando lo stato dei fondi per lo smantellamento. Nel 2001, avevano raccolto 23,700 miliardi di dollari. C’è poi una ricerca dell’OCSE  (Organizzazione per Cooperazione e  Sviluppo Economico) che stabilisce i costi del decommissioning. I valori in dollari sono del 2001. Possiamo pensare di aumentarli del 25-30%  in modo da avere un dato più vicino ai costi odierni. Eccoli: Quasi tutti i reattori hanno dei costi che variano da 300 a 700 $/kW. Dunque lo smantellamento della centrale di Corso costerebbe 860 000 * 500 = 430 milioni di $, mentre quella di Latina, essendo un Magnox, quindi un tipo molto più difficile da gestire, pur avendo una potenza nettamente più bassa (6 volte), costerebbe un po’ di più, attorno a 500 milioni di dollari. Come si capisce quando si costruisce una centrale nucleare si dovrebbe mettere nel preventivo di spesa anche questa operazione così cara. Ma questo non viene fatto. E’ un po’ come quando uno compra una lavatrice o un’automobile. Nessuno mette in conto le spese per la sostituzione dei pezzi, le riparazioni, i danni provocati. Dunque si dovrebbe pensare che l’automobile da 15 mila euro in realtà costa molto di più e ognuno deve fare i conti se ha o non ha i soldi per mantenerla. Nel caso delle centrali nucleari questo problema è così lontano (30 anni per le centrali di seconda generazione, 40 o 50 per quelle di terza in fase di costruzione almeno così dicono) che nessuno ci pensa, tanto verrà affrontato e pagato da generazioni che al momento sono ancora in fasce o addirittura non sono ancora nate. Purtroppo questo modo di ragionare è tipico della nostra società. Se guardiamo a casa nostra vediamo che questi soldi non vengono mai messi nel conto, anche perché la scelta nucleare di Berlusconi è stata una boutade elettorale, come l’abolizione dell’ICI ampiamente sostituita dall’aumento del costo della vita nei comuni, la diminuzione delle tasse e il milione di posti di lavoro. Ecco dunque che un dibattito serio sui costi dello smantellamento non viene affrontato praticamente mai. E’ come quando inquiniamo il pianeta in mille modi differenti, per fare più soldi e ottenere più potere. Le conseguenze? Chi se ne frega, ci penseranno i nostri nipoti. La questione assume un’importanza notevole se si considerano i dati forniti da “ENDS report” che si rifa ad una pubblicazione dalla Commisione europea nel 2007 (http://www.endseurope.com/docs/80115a.pdf) . Secondo questo rapporto ci sono almeno 50 centrali europee che andranno smantellate nei prossimi 15 anni. Da parte della Commissione europea c’è una notevole preoccupazione al riguardo perché in molti paesi i fondi stanziati sembrano del tutto insufficienti e in altri quei soldi vengono spesi per motivi diversi, ad esempio per la sicurezza nucleare invece che per lo smantellamento. Insomma il problema è davvero grande e presenta facce differenti: amministrative perché il processo di decommissioning è delicato e presuppone la presenza di una legislazione e di un controllo severi; tecnici ed infine economici.

Il decommissioning italiano

Anche l’Italia ha bisogno di un’opera di smantellamento, perché come abbiamo visto le centrali hanno funzionato, sono state chiuse e le località dove sorgevano devono essere in qualche modo restituite ad una vita serena e tranquilla. Questa sera cercheremo di seguire l’iter amministrativo organizzativo della faccenda. Durante il primo governo Prodi (siamo nella primavera del 1999) una commissione bicamerale diretta dal senatore Massimo Scalia (fondatore di Legambiente) si occupa dei rifiuti tossici e radioattivi e delle attività illecite che attorno a questi si sviluppavano. Viene alla fine approvato un documento all’unanimità. Tra le tante conclusioni una riguarda anche il nucleare. Ci si accorge a 12 anni dalla chiusura delle centrali italiane che esiste un problema grave e che bisogna elaborare delle strategie di intervento per disattivare gli impianti e per sistemare i rifiuti radioattivi. La Commissione ha il merito di censire, per la prima volta le scorie radioattive presenti nel paese. Sono materiali che provengono dalle centrali chiuse ma anche da Università e ospedali dove la ricerca e le cure con radioisotopi producono scorie da stoccare in modo non convenzionale. Come detto più volte possiamo classificare le scorie in tre categorie: quelle a bassissima radioattività (decadimento in alcuni anni) che vengono smaltiti come se fossero rifiuti pericolosi ma convenzionali. La II categoria riguarda la bassa radioattività con tempi di decadimento di alcuni secoli (ad esempio il Cesio 137). Poi ci sono quelle ad alta attività con tempi di decadimento di molti millenni (ad es. il Plutonio contenuto nelle barre usate nei reattori). Queste ultime sono a dire il vero abbastanza poche: rappresentano non più del 5% di tutte le scorie, ma forniscono oltre il 90% della radioattività. Senza entrare nei dettagli, inizialmente le barre esauste italiane viaggiavano verso l’Inghilterra per essere riprocessate, ottenendo Uranio e Plutonio oltre a scorie vetrificate che dovevano essere stoccate. In quegli anni era ancora in piedi la prospettiva dei reattori autofertilizzanti che avrebbero potuto usare il Plutonio come combustibile. Abbiamo visto la scorsa settimana che questo tipo di reattori si è dimostrato un fallimento. Dunque dal riprocessamento si otteneva un po’ di Uranio e del Plutonio che da qualche parte doveva essere messo da parte. Una forte azione di Greenpeace indusse l’ENEL a sospendere questa attività e a considerare le barre esauste direttamente come materiale da stoccare (cosa peraltro che avviene anche negli USA). Ma restava l’esigenza di individuare un sito dove mettere le scorie, quello che veniva chiamato un sito di stoccaggio nazionale e del quale la commissione Scalia si occupò nel 1999. Nasce così una commissione formata da tecnici dell’ENI, dell’ENEA e della già citata ANPA (, poi APAT - Agenzia Protezione Ambiente e Servizi Tecnici). Questa commissione esclude che nel nostro paese si possano usare siti sotterranei, per l’instabilità del territorio e per la presenza di falde acquifere. Si pensa allora ad un sito di superficie capace di accogliere non solo le scorie di II categoria (come fanno quasi tutti i paesi europei) ma anche quelle di III categoria (le più pericolose) se condizionati, cioè trattati in modo opportuno, ad esempio vetrificati. Chi può fare tutto il lavoro di decommissioning italiano? Ci vuole una nuova società, che prende il nome di SOGIN: SOcietà Gestione Impianti Nucleari. Nasce alla fine del 1999. In realtà si tratta di una costola dell’ENEL, da dove arrivano uomini e competenze, ma un anno dopo diventa una SPA indipendente, avente come azionista  unico il Ministero dell’Economia e delle Finanze. Il suo scopo statutario è quello di “controllare, smantellare, decontaminare e gestire i rifiuti radioattivi (attività riassumibili con il termine inglese di decommissioning) degli impianti nucleari italiani spenti dopo i referendum abrogativi del 1987”. Le quattro centrali passano alla SOGIN e poi anche altri centri legati a vario titolo alla filiera nucleare italiana. Nel 2002 assume la presidenza della società un ex generale, Carlo Jean. E’ un amico molto stretto di Giulio Tremonti, uomo portato da Berlusconi a dirigere la questione nucleare. Le esperienze di Jean erano solo in campo militare. Aveva collaborato con il SISDE e fatto parte di una loggia massonica segreta, che però non era la P2 di Licio Gelli. Sotto la sua presidenza si viene a sapere quanto materiale radioattivo esiste sul nostro paese. In realtà i dati sono del 2002 e non tengono conto di quello che è avvenuto dopo, ma intanto ci facciamo un’idea degli impianti esistenti. Infatti uno degli scopi principale di allora quando ancora nessuno parlava di un ritorno al nucleare era quello di stoccare le scorie. Per farlo servivano essenzialmente due cose: sapere quante ce n’erano e recuperare i soldi per finanziare l’attività. Cominciamo dal primo punto. L’audizione del generale Jean ha portato a censire:
  • circa 50.000 metri cubi di rifiuti radioattivi di (prima e) seconda categoria
  • circa 8.000 metri cubi di rifiuti radioattivi di terza categoria
  • 62 tonnellate di combustibile irraggiato che si trovano ancora oggi  in Francia (Creys-Malville)
  • diversi "cask" (contenitori per liquidi) di combustibile riprocessato che attualmente sono in Gran Bretagna (Sellafield)
  • inoltre ospedali, acciaierie, impianti petrolchimici e così via producono circa 500 tonnellate di rifiuti radioattivi ogni anno
Questi sono ovviamente i dati del 2000. Possiamo confrontarli con quelli di un paese nuclearista come la Francia, che produce ogni anno tutte le scorie possedute dall’Italia. Oltre alle quattro centrali ci sono in Italia altri centri della filiera nucleare. Vediamone alcuni, tanto per essere precisi.
  1. A Saluggia (VC) nel periodo 1965-70 è stato realizzato un centro di riprocessamento del combustibile esausto.  Qui veniva trattato soprattutto il Plutonio. Il funzionamento dell’impianto è durato fino al 1984, anche se per lunghi periodi di anni è rimasto inattivo.
  2. A Bosco Marengo (Novara) c’era un impianto di produzione del combustibile per le centrali italiane. Ha funzionato dal 1973 al 1995, quando l’ENEA ha deciso di disattivarlo. Il piano di smantellamento è stato rivisto nel 2002 e nel frattempo il materiale radioattivo è stato portato all’estero.
  3. A Casaccia (Roma) c’erano tre centri riconducibili al nucleare. Un laboratorio di ricerca, chiamato OPEC. Nello stesso comune anche un secondo laboratorio, chiamato Plutonio, dove veniva trattato appunto il Plutonio, separandolo dai liquidi radioattivi per stoccarlo a parte. Dal 1997 vi si svolgono attività legate alla gestione dei rifiuti radioattivi. Il terzo punto a Casaccia è costituito da un deposito di materiali radioattivi della società Nucleco. Secondo i Verdi del Lazio a Casaccia ci sono 12mila metri cubi di rifiuti radioattivi e il deposito della Nucleco (società Eni-Enea) che ospita 6.270 metri cubi di scorie nucleari, la maggior parte delle quali giungono dall’Italia intera e sono a bassa o media radioattività. I fusti sono ammassati ora dentro i capannoni, ma le scorie continuano ad arrivare. A questo vanno aggiunte le scorie presenti a Latina (sempre nel Lazio) si contano 17.500 metri cubi di rifiuti stoccati e 4.620 mc nel Garigliano, al confine con la Campania. Come a dire che nel Lazio sono presenti il 60% delle scorie italiane.
  4. A Rotondella (Matera) c’è un piccolo impianto che si occupava del riprocessamento dell’Uranio per produrre combustibile dalle scorie. In realtà l’impianto ha funzionato pochissimo, riprocessando solo una volta delle barre provenienti dagli USA.
Poi ci sono i laboratori di ricerca su nucleare come quello di Ispra (Lombardia) che portano anch’essi il loro contributo. Insomma, quando la SOGIN cominciò a lavorare uno dei primi obiettivi era la ricerca di un posto dove mettere queste scorie radioattive. Una parte delle barre delle centrali veniva mandata in Francia e in Inghilterra per il riprocessamento e la vetrificazione. Naturalmente non è che quei paesi ci tenessero le nostre schifezze gratis. Anche loro andavano pagati.
Quella dei soldi, di quanti sono e di chi li paga è una storia incredibilmente italiana. Si va da quelli destinati allo smaltimento degli impianti e bonifica delle aree che la maggior parte dei cittadini italiani non sa di aver pagato giorno dopo giorno con le bollette della luce, agli accordi tra Berlusconi e Putin per cui noi paghiamo ogni anno 360 milioni euro alla Russia per smantellare i propri sottomarini nucleari. Finora sono stati spesi 20 milioni di euro … dove sono finiti gli altri? Di questi e altri misteri parleremo la prossima volta.