Fino a non molto tempo fa le centrali nucleari dei paesi più potenti utilizzavano a piene mani il “combustibile” degli arsenali militari obsoleti o dismessi.
Lo stesso recente accordo Berlusconi-Putin prevede, oltre alla fornitura di lettoni per le numerose ville della piccola vedetta lombarda, l’uso di una parte dell’uranio contenuto degli arsenali russi (ad esempio nei sottomarini della flotta) e che sta per essere dimesso grazie ai recenti accordi USA-Russia contro la proliferazione nucleare.
Bisogna ricordare che l’Uranio contenuto nelle bombe è più ricco (fino a 20 volte) in U235 di quello utilizzato nei reattori. E l’U235 è quello che serve per far andare i reattori attuali, ma costituisce una parte davvero minima (circa lo 0,7% dell’Uranio che si trova in natura). Facendo però un discorso generale, le scorte delle bombe stanno finendo (a sentire il ministero dell’energia americano, gli USA utilizzano oggi solo il 10% di Uranio da bomba) e diventa necessario trovare nuove forniture per gli oltre 400 reattori sparsi per il mondo (104 nei soli USA). Oggi il prezioso minerale è prodotto in quantità consistenti da pochi stati. Nella classifica più recente al primo posto figura il Kazakistan, seguito da Australia e Canada. Questi tre paesi producono circa il 60% dell’uranio complessivo. L’uranio viene estratto da miniere che possono essere a cielo aperto oppure scavate in profondità. Non è mai una passeggiata. Sappiamo che tutte le miniere presentano rischi soprattutto se entrano a fondo nelle viscere della terra. Ma quelle di Uranio hanno un rischio aggiuntivo. Il minerale infatti emette un gas, il radon, che è radioattivo e altamente cancerogeno. Per molti esperti si tratta della seconda causa di tumore ai polmoni dopo il fumo di sigaretta. E non è l’unica sfiga, perché dal decadimento dell’uranio estratto derivano altri prodotti pericolosi per la salute dei minatori.
Certo, se ad organizzare il tutto fosse la Croce Rossa saremmo sicuri che si porrebbe la massima attenzione a salvaguardare la salute dei minatori, ma le cose non stanno affatto così. La gestione delle miniere è in mano ad aziende che hanno nel profitto il loro Dio e l’ultima cosa di cui si preoccupano è che la salute dei lavoratori sia tutelata, soprattutto se le miniere si trovano in paesi non propriamente splendidi per la difesa dei diritti dell’uomo.
Uno dei paesi che produce Uranio (un po’ più del 5% di quello estratto nel mondo) è il Niger, uno stato dell’Africa centrale, che si trova a Nord della Nigeria e a Sud dei deserti della Libia e dell’Algeria. In questo paese a condurre le danze dell’estrazione dell’Uranio è una nostra vecchia conoscenza, la società francese AREVA.
Esatto! Proprio quella che dovrebbe fornire i reattori EPR all’Italia, quella che ha avuto un sacco di problemi con la realizzazione delle uniche due centrali di terza generazione in costruzione (Flamanville e Olkiluoto), quella i cui reattori sono stati rifiutati da tutto il mondo (anche dagli arabi che hanno preferito comprare dalla Corea), quella da cui solo una nazione allo sbando come la nostra poteva andare a fare la spesa. AREVA dunque, attraverso delle società controllate, gestisce alcune miniere di Uranio nel Niger. In particolare nella zona di Akokan.
Akokan è una città fortemente contaminata da molto tempo se è vero che già nel 2003 (e poi nel 2007) erano stati rilevati livelli di radioattività enormemente più elevati (fino a 100 volte) di quelli che un uomo può sopportare (dose media giornaliera).
La ditta francese è controllata dallo Stato (dalla Francia) un po’ come l’ENEL o l’ENI da noi e ha interessi minerari molto estesi, dal Sud Africa alla Namibia, alla Giordania, ecc e per questo non può permettersi di fregarsene di queste osservazioni. Così nel 2007 aveva assicurato tutti di aver bonificato la zona e che tutto era tornato a posto.  Ma non aveva fatto i conti con la tenacia di quei rompicoglioni di Greenpeace, i quali nel dicembre 2009 erano tornati sul luogo del delitto facendo una serie di nuove analisi e scoprendo che effettivamente il livello dir radioattività era cambiato, ma era cambiato in peggio raggiungendo valori fino a 500 volte quelli sopportabili dall’uomo.
Prima di proseguire vediamo cosa ha scoperto Greenpeace. Quello che segue è il resoconto tratto dal loro sito.
Nell’80% dei campioni di acqua prelevati nella regione di Arlit (dove si trova la città di Akokan), la concentrazione di Uranio è risultata superiore ai valori raccomandati dall’OMS per l’acqua potabile. In 40 anni di attività – continua il rapporto di Greenpeace – sono stati utilizzati 270 miliardi di litri di acqua contaminando la falda acquifera: saranno necessari milioni di anni per riportare la situazione allo stato iniziale.
Anche nelle polveri sottili, quelle che entrano nelle vie respiratorie, la concentrazione di radioattività risulta essere aumentata di due o tre volte.
AREVA sostiene che nessun materiale contaminato proviene dalle miniere, ma Greenpeace ha trovato diversi bidoni di materiali di risulta al locale mercato di Arlit, con un indice di radioattività fino a 50 volte superiore ai livelli normali.
I nigerini usano questi materiali per costruire le case o per lastricare le strade. E’ così che per le vie di Akokan i livelli di radioattività nell’aria sono quasi 500 volte superiori a quello naturale. Basta passare solo un’ora al giorno in quell’ambiente, per essere esposti in un anno ad un livello di radiazioni superiore al massimo consentito, figuriamoci abitarci ogni ora del giorno.
L'esposizione alla radioattività può causare problemi delle vie respiratorie, malattie congenite, leucemia e cancro. Nella regione i tassi di mortalità legati a problemi respiratori sono il doppio di quello del resto del Niger. Areva sostiene che nessun caso di cancro sia attribuibile al settore minerario. Ma è fuori di dubbio che se non ci fossero miniere di Uranio il problema non si sarebbe nemmeno posto.
Greenpeace ha chiesto uno studio indipendente intorno alle miniere e nelle città di Arlit e Akokan, seguita da una completa bonifica e decontaminazione. I controlli devono essere messi in atto per garantire che Areva rispetti le normative internazionali di sicurezza nelle sue operazioni, tenendo conto del benessere dei suoi lavoratori, dell'ambiente e delle popolazioni circostanti.
I responsabili delle Organizzazioni NON GOV locali accusano gli ospedali, controllati da Areva, di aver nascosto molti casi di cancro. «Sono paesi come il Niger a scontare la follia nucleare dell’occidente” – spiega Andrea Lepore, responsabile della campagna nucleare di Greenpeace.
"Nella situazione attuale comprare da Areva il combustibile per le centrali nucleari che il governo vuole costruire significherebbe finanziare i disastri ambientali e sanitari in Niger", commenta Giuseppe Onufrio, direttore di Greenpeace.
Come fare a non dargli ragione?

Perché questa contaminazione? Come detto gli scarti e i detriti radioattivi venivano utilizzati per la pavimentazione di strade e parcheggi o per la realizzazione di terrapieni.
Del resto anche in Francia è stato denunciato qualcosa di analogo, quando un servizio televisivo ha “scoperto” che circa 300 milioni di tonnellate di detriti radioattivi erano stati usati in questo modo. Ora, sarebbe curioso sapere chi dei nuclearisti italiani si senta al sicuro pensando che proprio questa azienda, AREVA, avrà un ruolo decisivo nel futuro (ma speriamo di no!) del nucleare italiano.
La situazione del Niger è davvero drammatica. Oltre alle falde inquinate per milioni di anni, oltre alla radioattività spaventosa è l’ignoranza a fare altri danni. Tanto per capirci nei mercati locali vengono venduti metalli radioattivi. E' uno dei costi nascosti del nucleare: il prezzo ambientale pagato dall'Africa all'estrazione dell'uranio.
E’ solo una questioni nigerina o ci sono altri problemi nel continente nero?
Purtroppo ci sono altri paesi africani che si gettano nell’avventura delle miniere di Uranio, spinti dal desiderio di arricchirsi velocemente, rilasciando con estrema facilità concessioni a compagnie minerarie straniere. Tra questi anche la Tanzania che oltre ai safari e all’estrazione dell’oro (quarto produttore mondiale) ha scoperto 20 siti utili da “affittare” alle ricche compagnie sudafricane e australiane. La domanda potrebbe essere: “Che problema c’è? In fondo si tratta solo di un business …”. Certo, purché non avvenga, come sempre più frequentemente accade, che quelle compagnie minerarie arrivino a devastare il territorio inquinando il paese senza alcuno scrupolo. Cosa del resto già capitata al Gabon e, come visto, al Niger.
Ci vorrebbe un governo di ferro a controllare il tutto, ma è assai difficile che un esecutivo debole come quello tanzaniano possa fermare compagnie smaliziate e ricchissime, con una terribile fretta di cominciare a incassare. Si tratta in particolare della Uranex NL (Australia) e della Mantra Resources (Sud Africa) che hanno avuto concessioni per complessivi 8 mila km² (una zona grande come l’Umbria), all’interno dei quali vivono tribù di pastori Masai che ben difficilmente riusciranno a capire quello che sta loro accadendo, dal momento che non masticano una parola di inglese.
E sembra così ripetersi una vecchia storia che coinvolge altre popolazioni native; vale la pena di attraversare l’oceano e recarsi negli USA, dove la fame di Uranio non è certo minore. Dopo l'ultima guerra e fino agli anni ’80 moltissime miniere, un migliaio in tutto, sono state aperte nei territori della popolazione indiana Navajo e gli stessi abitanti sono diventati minatori. Certo nessun medico glielo aveva ordinato, ma occorre tenere presente lo stato di povertà dei Navajos, la loro scarsissima alfabetizzazione e il fatto che nessuno avesse detto loro cosa rischiavano. L'opportunità di un lavoro stabile e remunerato secondo norme federali non poteva che essere un’attrattiva molto allettante, addirittura irrinunciabile. Purtroppo, come si è detto, dietro la facciata del lavoro si nascondeva una sorpresa terribile. Circa 4 miliardi di tonnellate di Uranio sono state estratte da quelle miniere e i Navajos ne hanno respirato la polvere, bevuto l’acqua inquinata, coltivato campi contaminati, mangiato carni di animali contaminati, addirittura costruito abitazioni con materiali radioattivi.
Nel 1979, scorie della lavorazione dell’uranio sono finite nel fiume Puerco, le cui acque scorrono a sud della riserva Navajo. Acque che i nativi utilizzano per abbeverare il bestiame e per irrigare i campi: si è trattato della più grande contaminazione di materiale radioattivo nella storia degli Usa.
Quando poi la fine della guerra fredda ha reso inutile avere riserve infinite di armi nucleari, le miniere sono state semplicemente abbandonate, spesso senza segnalare il pericolo, con gallerie lasciate aperte, con materiale radioattivo lasciato in superficie senza alcuna protezione. Il risultato, come era facile prevedere, è stato quello di un aumento clamoroso di vari tipi di tumori, la cui incidenza è più che raddoppiata negli anni dai ‘70 ai ’90 nella popolazione residente, mentre nel resto degli Stati Uniti andava regredendo.
Nel 1990 una legge riconosceva agli indiani il danno arrecato.
E’ sempre sperabile che gli errori servano da insegnamento perchè non vengano poi ripetuti. Ma quando ci sono di mezzo i soldi è difficile che la saggezza e il buon senso prevalgano.
Oggi che l’Uranio è diventato prezioso ed economicamente vantaggioso estrarlo, si cercano nuovi siti anche negli Stati Uniti. Questi siti sono stati trovati (tra l’altro) nelle Black Hills, le colline nere del Sud Dakota. L’appalto per lo sfruttamento di questo nuovo tesoro è stato vinto dalla società canadese PowerTech Inc.; la concessione si estende su un territorio di 11 mila ettari, per 15 anni. In progetto ci sono da 4 mila a 8 mila pozzi profondi da 400 a 800 m; il frutto sarà mezzo milione di kg di Uranio all’anno. Il metodo di estrazione (ISL) è considerato dalle compagnie minerarie il meno invasivo, perché non produce scarti. E’ un metodo in realtà già impiegato un po’ ovunque (ad esempio in Australia e in Kazakistan) e consiste nell’utilizzare l’acqua delle falde per creare soluzioni che, pompate nei cunicoli, siano in grado di staccare il minerale grezzo dalla roccia per poi essere risucchiato verso la superficie. Il minerale viene poi lavato in loco (ISL sta per “In Situ Leach”) e quindi essiccato producendo lo “yellowcake” dal quale si ricava poi l’uranio. Ma quello che non si dice è che questo sistema alla fine inquina le falde (che in quella zona rappresentano riserve di acqua potabile), perché una parte dell’acqua che serve a staccare il minerale grezzo viene perduta, filtra attraverso il terreno e finisce proprio là in fondo. Inoltre nelle operazioni vengono mossi e liberati altri tipi di materiali pericolosi e radioattivi come arsenico, radio e torio.
Insomma gli interessi economici ancora una volta si scontrano con quelli della tutela dell’ambiente e della salute dei cittadini. A dire il vero la futura zona mineraria non è densamente abitata, ma sono presenti alcune fattorie che allevano bovini e questi bevono l’acqua che proviene proprio dalle quattro grandi falde acquifere che si vogliono utilizzare per l’estrazione. Ci sono anche due corsi d’acqua in superficie: Beaver Creek e Pass Creek, due affluenti del Cheyenne River, che finisce poi nel Missouri. Ci mancherebbe solo che l’acqua contaminata finisse anche là dentro.
Gli ambientalisti americani e i nativi della zona, sono molto preoccupati.
Le Black Hills sono le montagne sacre dei Lakota; appartengono alla stessa catena del famosissimo monte Rushmore(*), con le effigi di quattro presidenti americani scolpite nella roccia. Anche loro guardano perplessi quello che sta accadendo.

(*)  Il Monumento nazionale del Monte Rushmore (inglese: Mount Rushmore National Memorial) è un complesso scultoreo che si trova nel Dakota del Sud, sul massiccio montuoso delle Black Hills, formato da enormi blocchi granitici.
La montagna deve il suo nome a Charles E. Rushmore, un avvocato di New York che nel 1885 stava conducendo uno studio sull'estrazione mineraria nelle Black Hills. Sembra che Rushmore chiese quale fosse il nome di quella spettacolare montagna e, visto che non ne aveva uno, gli diedero il suo. Anni dopo Rushmore stesso sovvenzionò la scultura con $5000 dollari, la cifra più alta stanziata da un privato.
Su una grande parete di roccia, lo scultore Gutzon Borglum scolpì i volti di quattro famosi presidenti americani: (da sinistra a destra) George Washington, Thomas Jefferson, Theodore Roosevelt e Abraham Lincoln.
La scultura fu iniziata nel 1927 e proseguì, con l'impiego di 400 operai, sino alla morte dello scultore, avvenuta nel 1941. La scultura sul Monte Rushmore ebbe inizio con George Washington. Il progetto originario prevedeva di procedere verso sinistra e scolpire Thomas Jefferson, ma circa due anni dopo il granito iniziò a sfaldarsi per poi cedere completamente; questo fatto obbligò Borglum a rivedere i suoi piani e completare l'opera verso destra.
L'opera è alta circa 18 metri ed è un'importante meta turistica, anche per le bellezze naturalistiche delle Black Hills.
Per celebrare la storia dal punto di vista dei Nativi americani, è in costruzione sempre nel Dakota del Sud un'altra grande scultura nella roccia: il Crazy Horse memorial, dedicato a Cavallo Pazzo. La testa è fatta adesso manca il cavallo e il corpo del capo Sioux. Ogni anno in questi giorni il 6-7 giugno c’è una marcia che arriva fino al mento di Cavallo Pazzo, in cui si celebra l’inizio dell’estate ed un tributo al capo Lakota, organizzato da associazioni non profit. E’ il solo momento dell’anno in cui questa escursione può essere fatta.