(Questo post riassume e integra un capitolo del libro "Bidone nucleare" di Roberto Rossi, Rizzoli, 11€, la cui lettura è molto istruttiva e viene caldamente consigliata)
E poi c''è la Basilicata, una regione di cui si parla poco, ma che ha attraversato avvenimenti quanto meno misteriosi negli ultimi 30 anni; buona parte sono legati alle scorie tossiche e a quelle nucleari. Intrecci internazionali, vendita di armi e "polveri da sparo", strane manovre da coprire: c''è di che tesserne un romanzo thriller mica da ridere. Ma veniamo ai fatti e cominciamo con un sito particolare, un centro sperimentale in provincia di Matera.

Rotondella

Qui dal 1970, nel centro ITREC, si studia qualcosa di particolare e precisamente il ciclo Uranio-Thorio. Si vuole dimostrare che è possibile rifabbricare combustibile adatto alla fissione escludendo il Plutonio. Una gran bella cosa da un punto di vista scientifico, ma quando si tratta di chiudere il tutto e avviare lo smantellamento nascono problemi a non finire. Mentre ci sono, come abbiamo visto, centri di riprocessamento e di vetrificazione delle scorie del ciclo Uranio-Plutonio, non ce n’è neppure uno al mondo che si occupi del ciclo Uranio-Thorio. SOGIN (che almeno stavolta non ha responsabilità dirette) non sa cosa fare. Il combustibile non si può riutilizzare e quindi va stoccato in qualche modo ed è proprio questo “in qualche modo” che rende l’operazione senza futuro. Le 64 barre non sono neanche italiane; arrivavano dagli Stati Uniti per provare gli impianti sperimentali di Rotondella. Le barre avrebbero dovuto riattraversare l’oceano, ma nel frattempo la centrale di Elk River da dove provenivano ha chiuso e il governo di Washington non ne vuole sapere di riprendersi un così grazioso giocattolo. E non c’è neppure la possibilità di un risarcimento, del pagamento di un qualche affitto, perché il vecchio contratto non lo prevede. Un bel casino, insomma, ma solo uno dei tanti che riguardano la Basilicata, regione che con il vecchio nucleare italiano ha un conto aperto lungo così.

La Basilicata: nucleare connection

\r\nSui misteri nucleari della Basilicata si apre un''inchiesta. E'' archiviata nel 2009. Ha, secondo il giudice una “indiscutibile e oggettiva gravità sotto il profilo della sicurezza pubblica in generale”. Ma viene chiusa lo stesso!
Curiosamente tutto nasce per caso, quando il magistrato Nicola Pace cerca notizie dei ''siloi'', strutture architettoniche antiche, risalenti al 500 a.C. che servivano come silos per il frumento e i cereali in genere. Trova una pubblicazione con una foto e dentro il siloi invece del frumento un bel bidone dall’aspetto inconfondibile del contenitore di scorie nucleari radioattive. Il magistrato ne è talmente incuriosito da decidere di scoprire dove diavolo si trovino quei bidoni. Un giorno riceve la visita di alcuni iracheni (la nazionalità verrà scoperta dalla polizia successivamente) e il libro sparisce. Allora si rivolge all’autore, il quale aveva tracciato una mappa dei siloi, ma quando gli chiede di collaborare alla ricerca del materiale radioattivo, i risultati sono nulli e dei bidoni non c''è traccia. Quello che resta dunque è solo il ricordo di un magistrato che ha visto una foto su un libro che non esiste più.
Ma nelle sue indagini il magistrato scopre altre stranezze confrontando i dati dai registri di entrata ed uscita dall’impianto di Rotondella. Non c’è traccia del Plutonio e anche il bilancio di entrata ed uscitra dell’Uranio non torna.
Strano ...
Inoltre il racconto dei testimoni della zona conferma che c’era del movimento dentro l''ITREC con camion che andavano e venivano; nel centro si trovano materiali provenienti dall’esterno che con il lavoro del centro poco hanno a che fare.
Abbiamo più volte affrontato il tema delle navi dei veleni che sono state affondate da non si sa da chi, ma di sicuro con grande aiuto da parte della ‘ndrangheta, di fronte alle coste calabresi. Quelle navi non contenevano soltanto rifiuti tossici provenienti dalle industrie del Nord Italia; contenevano con ogni probabilità anche sostanze radioattive provenienti da qualche deposito. Natale Pace è convinto che proprio Rotondella sia stata (e sia ancora) una discarica nucleare. Del resto durante le indagini si trova di tutto, come quattordici container di materiali radioattivi di provenienza ospedaliera e un sacco di altro materiale non nucleare regolarmente registrato. Il sospetto è che ci sia stata una doppia contabilità … solo che dei libri contabili non c''è traccia nel centro ITREC di Rotondella.
Ma c’è dell’altro. Nel 1995 durante l’inchiesta sulle navi dei veleni l’ingegner Giglio che all''epoca svolgeva attività di sorveglianza per la radioprotezione degli impianti dell’ENEA, mette a verbale che la registrazione delle scorie nucleari di Rotondella era falsificata per consentire la fuoriuscita di materiale radioattivo a scopi militari. Anche la CIA emette un rapporto nel 2004, secondo cui una parte del combustibile nucleare iracheno è uscito da Rotondella. Secondo i servizi americani responsabile di questa “fuga” è la Techint, che si occupa proprio del decommissioning di Rotondella. E proprio la Techint aveva subito a suo tempo alcuni attentati che gli inquirenti attribuivano al Mossad, il servizio segreto israeliano, come ritorsione per l’approvvigionamento all’Iraq. Del resto che Saddam, con il beneplacito USA che aveva il problema di frenare l’Iran degli Imam, si rifornisse a Rotondella è una storia che molti altri autori hanno confermato. C’è una prima inchiesta in cui finiscono imputati i responsabili del centro, tra cui quel Claudio Cao, amico del generale Jean che ha diretto per un certo periodo la società SOGIN. Ci sono due condanne, ma del plutonio nessuna traccia!
Per cercare il Plutonio si apre una nuova inchiesta (a Potenza) alla fine del 1998. Finiscono sotto inchiesta i vertici dell''ENEA di Rotondella, ma 6 anni più tardi a questi si aggiungono nomi eccellenti della ‘ndrangheta. Tra loro Francesco Fonti che si dichiara pentito e collabora. La sua versione dei fatti tuttavia non convince, ma si scopre che egli era stato in carcere assieme a Guido Garelli, il quale invece racconta storie che vengono verificate e si scopre così che la Basilicata è un centro di affari internazionali più o meno loschi che riguardano materiale nucleare e che sono monitorati e seguiti dal Mossad, dal Sismi e dalla CIA.
Ma ci sono altri testimoni importanti.
Centro ITREC dell''ENEAC’è Patrizia Volpin, giornalista residente a Selvazzano, che aveva denunciato nel 1997 un traffico di rifiuti illeciti e poi si era rifugiata in India. La Volpin dice quello che tutti noi abbiamo letto nella storia italiana degli ultimi anni. Che c’era un traffico di rifiuti radioattivi verso l’Africa proveniente da tutta Europa e dall’America. Che c’era stato un accordo tra Italia e Somalia per la transazione di 10 milioni di m³ di scorie non definite. Che dall’Italia arrivavano armi ai paesi stranieri in misura molto maggiore al consentito; che la mafia calabrese e pugliese si occupava di interrare nella ex-Jugoslavia  i bidoni di rifiuti tossici; che sulla strada tra Mogadiscio e Bosaso vi sarebbero 10 cm di bitume che coprono migliaia di fusti di sostanze radioattive. Questi fusti sono venuti alla luce poco tempo fa. Che Ilaria Alpi era morta per questo e che il Sismi non era certo estraneo alla sua morte. Questo racconta Patrizia Volpin, giornalista, dall’India. Rimane là perché è malata e ha paura di tornare.
Poi c’è Carlo Alberto Sartor, padovano, tecnico informatico. Un giorno gli capita una storia da film. Arrivano dei personaggi che dicono di essere carabinieri dei ROS, lo portano in un capannone anonimo con una macchina anonima e gli dicono di decriptare alcuni dischetti, ma a metà lavoro lo fermano e lo minacciano di non dire niente a nessuno perché sarebbe stato pedinato. Sartor ricorda che nei dischetti c’erano movimenti di svariate migliaia di miliardi di lire, che non sembravano poter essere riferiti né ad una persona, né ad una organizzazione specifica. La Volpin lo aveva avvicinato dicendogli di stare in guardia.  Subisce altre minacce ed infine un pestaggio che lo porta in ospedale con un trauma cranico. Finisce sotto processo per calunnia perché riconosce in un colonnello dei servizi segreti uno degli individui che lo avevano contattato (e rapito) la prima volta. Ma lui non sa niente di Rotondella e della Basilicata. Sa solo che tutto quel casino glielo hanno provocato i servizi segreti italiani.
Ed infine c’è Mohammed Aden Sheikh, un medico somalo, già ministro per la sanità nel suo paese prima dell’arrivo di Siad Barre. E’ lui che testimonia di aver appreso da altri cittadini somali dei traffici illeciti di scorie radioattive tra la Somalia ed altri paesi. E’ lui ad indicare Giancarlo Marocchino ed Enzo Scaglione come coinvolti nell’affare. Questi nomi figurano tra quelli coinvolti nella questione delle navi dei veleni. Ma la verità non può venire a galla perché i fatti sono coperti da segreto di stato fino al 2026.
Marocchino è un uomo di grande potere in Somalia. E’ quello che ha costruito il porto di El Ma’an, le cui banchine non sono fatte solo di pietre e cemento. Le testimonianze di questi fatti sono racchiuse anche nelle fotografie del 1997, che Greenpeace ha pubblicato nella primavera del 2010. Si vedono le banchine in costruzione con i container che spuntano dal molo in mezzo al cemento. Se le foto sono così vecchie perché prima non se ne è saputo nulla? Erano tra gli atti investigativi della procura di Asti, che non interessavano nessuno. Solo grazie alla "curiosità"  di Greenpeace oggi possiamo vederle.
Le foto mostrano  cosa c’è dentro quelle banchine. Ci sono i container usati per portare i rifiuti nello stato africano, una marea di container. E non solo quelle banchine sono fatte con i rifiuti europei e americani. La strada che da Garoe va verso Bosaso è indicata da tutti come il sito dei rifiuti tossici che vi venivano interrati prima di realizzare la pavimentazione. "Curiosamente" le ultime riprese di Miran Hrovatim sono lunghe immagini proprio di quella strada. Miram Hrovatim era il reporter che accompagnava Ilaria Alpi nell’ultimo reportage della sua vita.
Proviamo a riassumere: c’è un probabile, ma non accertato traffico di rifiuti radioattivi che passa per la Basilicata. Probabile perché non ci sono tracce, solo coincidenze. C’è il fatto che a Rotondella c’è un centro nucleare che non produce nulla; c’è il fatto che i bidoni radioattivi in Somalia arrivano e ci sono, ma nessuno è stato trovato sepolto in Basilicata e poi c’è Scanzano Jonico.

Scanzano Jonico

\r\nNel 2003 questo paese viene scelto come sede del deposito nazionale dei rifiuti nucleari. Lo scelgono il padrone di SOGIN, Carlo Jean e l’ex sindaco di Sanzano Mario Altieri, poi arrestato per brogli elettorali. Come tutti sanno i cittadini insorsero e il decreto fu immediatamente ritirato.
Ma non si è mai capito perché proprio Scanzano e perché tutta quella fretta, quando il commissario Jean, uomo vicino al Sismi, vuole fortemente indicare Scanzano. Ma c’è dell’altro. Nel decreto di archiviazione dell’inchiesta di Potenza si leggono alcuni passaggi davvero particolari e strani. Ad esempio quando si parla dei segnali “non molto confortanti  riscontrati in occasione delle verifiche investigative che avrebbero dovuto essere condotte da parte del comando Carabinieri per la tutela ambientale e che, al contrario, non hanno avuto svolgimento nei termini che vanno ad esplicare.” A questo punto siamo davvero curiosi e leggiamo ancora.
Si trattava di verificare se le dichiarazioni del pentito Fonti che aveva indicato grossomodo le aree dove erano stati sepolti i bidoni in Basilicata erano vere o no. Per farlo, dopo aver inutilmente scavato in una zona “più calda” si è ricorsi ad un’analisi particolare che andava fatta con aerei dotati di strumentazione sofisticata in grado di individuare terreni più caldi e meno caldi. Se sotto una certa zona ci sono bidoni radioattivi non sarà difficile individuare la zona più calda. Ma non si ottenne nulla. Sfortuna? Bugie di Fonti?
In realtà, leggendo il verbale di archiviazione si scopre che quei voli non sono mai stati effettuati. Perché? Perché i soldi destinati a quell’indagine erano stati dirottati a risolvere l’emergenza rifiuti napoletana (siamo nel 2008) e perché la Basilicata era stata semplicemente esclusa dalla lista delle regioni che di quel tipo di fondi avrebbero potuto disporre tra il 2007 e il 2013.
I magistrati non si arrendono e si rivolgono a chiunque possa fare qualcosa, le amministrazioni locali, l’ARPA, ma nessuno si prende la briga di fare un passo che sia uno.
Niente da fare dunque. Eppure un’ultima possibilità c’è: si chiama Eugenio Tabet è un professore, esperto in materia nucleare, uno di quelli che hanno partecipato alla commissione incaricata di stilare un elenco dei siti dove piazzare il famoso deposito nazionale delle scorie. E succede una cosa piuttosto strana. Alla SOGIN, responsabile dello smaltimento delle scorie, viene dato l’incarico di individuare il posto del sito PRIMA che la commissione termini i suoi lavori. E ancora più strano è che la SOGIN individui con un rapidità sorprendente Scanzano Jonico come il luogo più indicato.
Ci sono altre intercettazioni che svelano particolari da orrore. Ci sono due personaggi minori in questa storia che si chiamano Agostino Massi e Gaetano Trezza. Il primo era responsabile del supporto informatico dell’ENEA, il secondo un chimico che aveva lavorato per la stessa ENEA. Dopo le dichiarazioni molto soft agli inquirenti vengono beccati più volte a chiacchierare tra loro, parlando dei bidoni radioattivi che erano stati sepolti sotto la mensa del sito. Rendendosi conto che un’indagine sta procedendo i due a loro volta si incontrano con altri protagonisti e parlano di fustini prelevati dalla Trisaia e portati a Casaccia e di qualcosa da nasconedere con questi traslochi di materiale estremamente pericoloso.
Nonostante tutte queste indagini e un mare di indizi nessuna prova conferma la presenza di materiale radioattivo sepolto da qualche parte in Basilicata. E l’indagine piano piano si arena fino alla sua definitiva chiusura il 27 ottobre 2009.
E’ interessante leggere il verbale dell’archiviazione:
E’ oggettivamente quasi impossibile ricostruire cosa i vari organi, i tecnici e i soggetti titolari della politica del nucleare abbiano fatto all’interno del centro Trisaia nel corso degli anni, considerando che le lavorazioni nel campo nucleare sonos tate dal principio un po’ pionieristiche, le misure di sicurezza utilizzare erano spartane e le conseguenza degli errori dell’uomo erano imprevedibili.
E conclude con:
coloro che virtualmente potevano essere a conoscenza di fatti e circostanze a suffragio dell’ipotesi investigativa non hanno inteso fornire alcun contributo o pewr timore di ritorsioni da parte di alcuno o perché le loro conoscenze erano e sono solo millantate”.
Ma le scorie restano e con loro i pericoli di contaminazione.

E adesso?

\r\nIl referendum del 12-13 giugno ha sancito – così almeno speriamo – la fine di ogni inserimento del nucleare nella politica energetica del nostro paese. Gli italiani hanno detto con grande fermezza: “non lo vogliamo!”.
Tuttavia il nucleare italiano non è ancora morto. I paesi e le città devono ancora temere l’ultimo colpo di coda: lo stoccaggio delle scorie. Siccome siamo tutti umani la domanda che ci facciamo è “dove verrà realizzato il sito di stoccaggio nazionale?”. Anche qui ci sono storie interessanti e vedremo che questa domanda, alla fine, non ha alcun senso.
Non rifarò la storia delle categorie delle scorie che ormai i nostri lettori conoscono a memori. Spendo solo un minuto per dire che le scorie di seconda categoria hanno bisogno di siti sicuri per circa 300 anni, quelle di terza di siti sicurissimi per almeno 250 mila anni.
Dunque pensiamo a dove metterle. Nel settembre 2010, in pieno orgasmo per la rinascita nucleare italiana, il Corriere della Sera pubblica la notizia che SOGIN ha individuato 52 siti possibili, cioè con le caratteristiche giuste per costruirvi il deposito nazionale. C’è tutta l’Italia e ognuno spera che la decisione definitiva sia la più lontana possibile da casa propria. Ma SOGIN comunica anche che la scelta non sarà fatta tirando a sorte. Ci sarà un accordo con le Regioni, che potranno farsi avanti. E farsi avanti significherà avere benefici di vario genere, soprattutto economici.
Ma poi cominciano anche qui le intercettazioni dei carabinieri, i quali indagano sulle questioni della Basilicata che ho raccontato prima. Sotto controllo c’è l’utenza fissa del generale Carlo Jean, quello, lo ricorderete, che ha fatto di SOGIN il proprio territorio di caccia. Ma all’apparecchio non c’è il generale, bensì il suo amico, quel Silvio Cao già consigliere SOGIN e sponsorizzato da Jean in alcune delle più remunerative operazioni inutili di SOGIN (ad esempio l’affare CEMEX). Chiama Giampietro Ventura, ex ENEA che nel 2003 era stato incaricato di individuare il sito nazionale quando ne era uscita l’opzione Scanzano Jonico. Parlano dei siti individuati per il deposito. Questi però non sono affatto 52, ma molti molti meno.
Per i siti superficiali (quelli per le scorie di seconda categoria) sono due in Basilicata, uno nel Lazio, tre in Puglia. Non è difficile individuare i primi tre: Rotondella o Scanzano Jonico, Montalto di Castro, cioè luoghi già contaminati da centrali o centri di lavorazione della filiera dell’Uranio-Plutonio.
Quelli sub-superficiali, cioè interrati invece sarebbero nove: tre in Basilicata, uno nel Lazio, uno in Puglia, uno in Sardegna e uno in Toscana. Nella telefonata Cao chiede a Ventura chi erano i "primi classificati", cioè quelli più probabili. Al primo posto veniva Craco, provincia di Matera, vicino a Rotondella e Scanzano Jonico per la seconda categoria e un luogo non specificato ma in Emilia Romagna per quelli di terza categoria. In Emilia c’è Caorso, area già contaminata a sufficienza da poter essere devastata ancora.
Ma una seconda interpretazione di quella telefonata è che si tratti dei luoghi dove tutte le scorie verranno depositate: al primo posto dunque Craco al secondo Caorso. Sono luoghi che diventeranno aree militari, sorvegliate e con zero possibilità di accesso ... che sia un caso?
Ancora in Basilicata, ancora vicino a Rotondella, vicino ai misteri di tanti anni in cui il nucleare si è mescolato alla vendita di armi e di combustibili nucleari da parte dell’Italia a paesi che oggi visitiamo solo coi carri armati e gli aerei di guerra.
Una brutta storia.
Avevo fatto una domanda: “dove verrà costruito il deposito nazionale?”. E avevo detto che si trattava di una domanda inutile. E’ così.
La domanda giusta è “Come verrà realizzato?”.
Una domanda alla quale oggi, dopo 60 anni di nucleare cosiddetto civile, nessuno sa ancora rispondere.