RifiutiCi sono domande che non ci facciamo perché siamo abituati ad avere le risposte “in automatico”. Una di queste è: “dove finiscono i rifiuti che buttiamo via?”.
Ho cercato spesso di far notare come la gestione dei rifiuti sia uno specchio della società in cui viviamo. Più rifiuti significa più consumismo e se da un lato implica un maggior profitto (per qualcuno), dall’altro pone una serie di problemi da risolvere: problemi che hanno a che fare con l’impoverimento delle risorse che certo non sono infinite, l’inquinamento dell’ambiente, la salute dei cittadini.
In generale ci sono tre modi per smaltire i rifiuti: bruciarli, sotterrarli o recuperarli. Mi sembra piuttosto chiaro che il sistema migliore sia l’ultimo senza alcun dubbio. Lo sanno tutti, perfino quelli che costruiscono gli inceneritori e le discariche abusive. Il problema però è sempre lo stesso e la domanda anche: “Quanto si guadagna?
In Italia si guadagna di più con gli inceneritori, perché questi impianti vengono supportati dallo stato, che attraverso una serie di meccanismi perversi li fanno passare per una cosa simile (“assimilati” è il termine usato) alle energie rinnovabili. In altre parole gli inceneritori ricevono tanti soldi pubblici quanto un impianto eolico o solare, anzi molti di più. (verdi e wikipedia)
Nella classifica dei guadagni vengono poi le discariche e solo alla fine il recupero.
In questi mesi abbiamo assistito ad una battaglia a Napoli contro le discariche. C’è un chiodo fisso che è anche di una buona parte dei politici di sinistra (quelli che dovrebbero essere tradizionalmente più vicini ai “verdi”). Questi vedono nella lotta tra inceneritori e discariche quella tra il bene e il male, dove stranamente il bene va agli inceneritori e il male alle discariche. Io non sono d’accordo con tanto accanimento contro di esse. Le discariche fatte bene, seguendo le leggi e le regole tecniche non sono più inquinanti di un’autostrada. Certo serve una programmazione chiara, un’esecuzione perfetta dei lavori e una gestione limpida. Ed inoltre in essa devono finire solo i rifiuti che non si sa come altro gestire (riutilizzare e riciclare). Le discariche “buone” vengono usate anche come fonte di energia non inquinante attraverso la produzione di biogas che alimenta un generatore di energia elettrica o un cogeneratore che produce anche calore. (vedi ad esempio)
Questo dimostra una volta di più che non sono i singoli pezzi a fare la differenza, ma la stretegia globale che la società esercita nella gestione delle risorse. La questione dei rifiuti è solo un piccolo spicchio di essa ed essendo l''ultimo in ordine cronologico  ne rappresenta, evidentemente, il "redde rationem".
Detto questo però, credo che il meccanismo ottimale da seguire sia abbastanza chiaro e con esso le conseguenze economiche. Se io recupero il materiale che butto via (ad esempio l’alluminio) userò quell’alluminio sul mercato e non potrò venderne dell’altro al suo posto. Se io rimetto in circolo una bottiglia di vetro non potrò vendere una nuova bottiglia di vetro e così via. Teniamo presente che sulla costruzione di una nuova lattina di alluminio o di una bottiglia di vetro poggiano i venditori di energia, le industrie di trasformazione, di distribuzione, della vendita al dettaglio e così via.
Ecco quindi che la scelta di una strada o di un’altra a proposito di smaltimento di rifiuti non ha quasi mai a che fare con l’ambiente e l’ecologia, ma solo con la pura e semplice economia di mercato.
RifiutiQuesto vale anche per la malavita (ad esempio la camorra) che sui rifiuti (specialmente quelli pericolosi e tossici) ha costruito un impero economico che non vuole assolutamente cedere allo stato (se mai gestirlo in comproprietà!).
Nonostante ciò non si può dimenticare che sempre più paesi (l’Italia  in questo senso arranca con la sua mania di costruire inceneritori come se fossero mercati rionali) e amministrazioni periferiche (sia pubbliche che private) stanno prendendo coscienza di una situazione quanto meno imbarazzante in cui il nostro pianeta si viene a trovare. Ci si sta rendendo conto insomma che il barile è quasi vuoto e non si può più scherzare. Ecco allora che, accanto ai marpioni che fanno delle scelte finanziare il loro dio, troviamo alternative importanti e illuminate anche nella gestione dei rifiuti.
Prima di entrare nel merito però c’è una osservazione importante da fare. Nel nostro paese il concetto di rifiuto è sempre associato a qualcosa di negativo. Se ne parla in termini di emergenza (Napoli), o abbinandoli alla malavita (le discariche abusive) o addirittura di attentati alla salute (gli inquinamenti di diossina in varie parti d’Italia). Dal momento che il nostro è un paese che vive di illusioni sdoganate dalle televisioni, alla maggior parte dei cittadini credo non venga neppure in mente che i rifiuti, in realtà sono o potrebbero essere una enorme risorsa per l’economia della nazione.
E ancora un’ultima annotazione: quando noi ci chiediamo preoccupati cosa dobbiamo farne dei rifiuti prodotti, sbagliamo completamente la domanda e l’approccio al problema. Già, perché la domanda corretta se mai deve essere “Come facciamo ad avere meno rifiuti da smaltire? Come posso impostare la mia economia di mercato producendo molti meno rifiuti di quelli attuali?”.
Non sono domande sciocche o idealistiche. Sono domande che si portano dietro discorsi complicati sulla qualità della vita, sul benessere, sul PIL, su tante cose che non hanno qui lo spazio per essere discusse.
E però intere nazioni o realtà più piccole hanno dimostrato come sia possibile ridurre progressivamente la quantità di immondizia prodotta da ciascun cittadino e come sia possibile farlo in tempi abbastanza brevi: di anni e non di secoli. Su questo aspetto si tengono convegni importanti (eccone una documentazione molto ricca - anche qua)

I rifiuti non sono tutti uguali
La conclusione è che ci sono rifiuti e rifiuti, ci sono rifiuti che sono davvero rifiuti e rifiuti che non lo sono affatto, ma che anzi rappresentano una risorsa anche economica e produttiva. Questi ultimi sono ampiamente la parte più grande … quasi tutti!
RifiutiQuando buttiamo via una buccia di banana non facciamo alcun danno all’ambiente. Si tratta di materiale organico che marcisce; le sostanze di cui è composto in un tempo ragionevole tornano alla terra in quello che potremmo chiamare il ciclo produttivo della natura. Certo non è né educato né bello buttare le bucce di banana per strada. Ecco allora la grande idea. Perché non raccogliamo le bucce di banana tutte assieme e con esse non ci mettiamo anche gli avanzi del pollo di ieri sera e l’erba tagliata in giardino? Adesso che li abbiamo separati dal resto della nostra immondizia li mettiamo in uno di quei bellissimi sacchetti ecologici che vendono anche ai supermercati e che saranno obbligatori tra poco più di un mese perfino in Italia e montiamo in macchina. Nel frattempo abbiamo trovato l’indirizzo di un’azienda che trasformi le nostre immondizie organiche in qualcosa di utile. In alcune zone del paese le troviamo. Ad esempio ad Este ce n’è una, a Padova presto ce ne sarà un’altra. Cominciano ad essere diffuse, hanno le loro organizzazioni di categoria e i loro siti internet per le informazioni.
Arrivati là facciamo vedere il nostro sacchetto e chiediamo cosa se ne può fare. La parte solida può essere trasformata in un terriccio (il compost), che servirà da concime in agricoltura e nella coltivazione di fiori e piante; ma prima vengono spremuti e dal “succo” grazie a una digestione anaerobica (cioè fatta in assenza di ossigeno) si ottiene un biogas che può essere bruciato in un generatore che produce energia elettrica (e termica se si tratta di un cogeneratore).
Ecco dunque svelato il mistero. La mia buccia di banana non è affatto un rifiuto, si tratta di una risorsa che è in grado di produrre merci preziose (il compost) ed energia. Sul fatto che si tratti di energia verde e non inquinante credo non ci siano dubbi. Il compost permetterà ad un banano (non da noi certo) di crescere forte e sano e di produrre altre banane: un ciclo completo e naturale.
Ora possiamo pensare che non valga la pena prendere la macchina da Padova, arrivare fino ad Este per una buccia di banana. No certo, sarebbe opportuno che lo facessero tutti in modo coordinato, gestito da qualcuno.
Al centro di recupero di Este-Ospedaletto arrivano ogni anno 300 mila tonnellate di verde e organico (da tutta Italia), mica uno scherzo. Nemmeno un grammo di questo viene buttato: si trasforma tutto in concime (Terra Euganea, molto apprezzata) ed energia. Energia elettrica che finisce in rete ed energia termica che viene usata in un impianto di teleriscaldamento di oltre 6 km che serve l’ospedale di Este ed altre utenze pubbliche della zona. Naturalmente dietro a queste attività ci sono le aziende che creano, costruiscono e vendono le macchine adatte alle varie fasi del compostaggio, aziende che dunque fanno reddito e offrono lavoro.
Il rifiuto dunque diventa materia utile, energia e assieme ad esse opportunità di guadagno e posti di lavoro (quasi 200 nel caso di Este) altrettanto preziosi.

La raccolta dei rifiuti
Certo nei nostri bidoni non finiscono solo le bucce di banana e gli ossi del pollo. Ci sono molte altre sostanze che usiamo ogni giorno. Ogni italiano in media produce 1,51 kg (dato 2009) di rifiuti al giorno, che in un anno fanno 551 kg, cioè più di mezza tonnellata. Se moltiplicate per 60 milioni capirete la massa enorme di rifiuti che si producono ogni anno nel nostro paese (33 milioni di tonnellate). In questa quota non sono compresi i rifiuti prodotti dalle industrie, i rifiuti speciali, le polveri, i fanghi, gli oli e tutti quelli che possiamo semplicemente chiamare speciali.
I responsabili di questo disastro siamo noi, ma non solo noi. Da un lato infatti ci beiamo di consumare di tutto e di più, siamo contenti di trovare il formaggio all’interno di un triplo strato di plastica, di comperare l’acqua dentro milioni di bottiglie di plastica che magari sono state al sole per settimane prima di arrivare sulla nostra tavola, vogliamo il sacchetto di plastica anche quando in farmacia ci danno una scatolina grande così.
Siamo insomma dei consumatori senza cervello.
Dall’altra parte il consumismo ha elaborato armi non convenzionali, queste sì armi di distruzione di massa, che sono la pubblicità e il marketing da un lato e la moda dall’altro. E ha convinto la maggior parte delle persone che non è possibile usare le stesse scarpe per due anni di fila o la stessa giacca o la stessa borsa. Per non parlare dei cellulari … volete dei numeri? Eccoli:
Ogni giorno nel mondo mezzo milione di cellulari vengono scartati, 35 miliardi di bottiglie di plastica finiscono in discarica assieme ad oltre un miliardo di sacchetti di plastica.
Fa impressione vero?
Ecco, questo è quello con cui abbiamo a che fare in casa nostra. Eppure la tecnologia va sempre avanti ed elabora strutture e macchine che sono in grado di riutilizzare praticamente qualsiasi cosa. Una buona parte dei maglioni di pile che mettete in inverno sono fatti con le bottiglie di plastica o gli shopper recuperati tra le immondizie. La maggior parte delle bottiglie di vetro verde, delle lattine di alluminio lo stesso: derivano dal vetro e dall’alluminio raccolto e separato con cura.
Si parla allora di riciclo, cioè del fatto che una parte delle nostre immondizie possono essere usate di nuovo, possono cioè riprendere vita e diventare qualcosa di utile alla nostra esistenza.
Certo che questo percorso diventa difficile se noi buttiamo tutte le immondizie mescolate assieme, lattine con bottiglie di vetro, plastica con calzini col buco e mutande rotte, il polistirolo del formaggio e le scatolette del tonno. E’ necessario raccogliere i rifiuti per categorie, cioè capendo che non sono tutti uguali. Si tratta dunque di una esigenza, non di uno sfizio o di uno spot elettorale ... ecco, questa è la raccolta differenziata.

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