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Organizziamoci per raccogliere i rifiuti

Raccolta rifiutiE’ però terribilmente scomodo che i singoli cittadini si carichino ogni settimana i propri rifiuti differenziati in macchina e li portino al centro di riciclo più vicino.
Per questo esiste una organizzazione adeguata con incarichi, responsabilità e utili da dividere. Della raccolta dei rifiuti e del loro conferimento ai centri di smaltimento si devono occupare i comuni. Poi essi possono delegare questo compito ad una azienda che faccia il lavoro e che per questo venga pagata. Non dimentichiamo mai che quando un comune paga lo fa con i soldi che i cittadini hanno versato sotto forma di tasse varie. Una volta esistevano le cosiddette aziende (o società) municipalizzate, di proprietà del comune, che avevano il compito di fare queste attività (a Padova per stare a casa nostra c’era l’AMNIUP). Oggi non è più così perché le aziende che fanno questi lavori sono solo EX-municipalizzate; si tratta di società per azioni, spesso quotate in borsa, con tanto di CDA, di statuto, di quote sociali, di dividendi e tutto il resto. Insomma per capirci non c’è alcuna differenza strutturale tra Acegas APS che gestisce i rifiuti (e non solo) del padovano e Telecom o Fiat o qualunque altra SpA quotata in borsa. C’è un presidente che risiede a Trieste e un amministratore delegato che risiede a Padova. Poco importa se all’amministrazione comunale di Padova sono rimaste quote per un terzo circa, un pelo di meno di quelle triestine, mentre un terzo è andato ad un azionariato diffuso costituito da privati di vario genere (anche banche e assicurazioni).
Dunque queste aziende “a partecipazione pubblica ma con filosofia privata” sono responsabili della gestione dei nostri rifiuti, quelli che noi mettiamo nei punti di raccolta. A Padova-città i punti di raccolta sono dei cassonetti di due tipi: uno grande grigio dove va il secco non riciclabile (cioè quei materiali che, secondo loro, non hanno nessun futuro) e uno marrone molto più piccolo dove va l’umido e l’organico. Poi ci sono tre tipi di “campane”, che servono per raccogliere la carta, il vetro e una combinazione di plastica e lattine. Vedremo più avanti perché questo mettere insieme plastica e lattine non presenta un problema per il riciclo, mentre semplifica le operazioni di raccolta dei cittadini.
Nei comuni più fortunati i sacchetti con le immondizie vengono messi nei posti previsti (davanti a casa, ai piedi del condominio, nelle isole ecologiche) e un camion passa a ritirarli a giorni ed orari prefissati. In questi comuni non ci sono cassonetti per strada e diventa quindi impossibile non raccogliere i rifiuti come previsto dalle norme comunali.

Quanto ci costa questa organizzazione?
Qual è la differenza tra questa organizzazione e il fatto che noi portiamo il nostro sacchetto al centro di riciclo o di smaltimento? In teoria la soluzione condivisa con gli altri cittadini dovrebbe costare meno, perché un conto è che si muovano mille automobili da Padova verso Este o Vedelago e altro è che si muova un solo camion che fa il giro delle famiglie. Meno consumo di carburante, meno persone coinvolte, meno risorse utilizzate.
Per questo noi paghiamo al comune e quindi alla società cui il comune ha delegato il compito di raccogliere i rifiuti una certa cifra. Può chiamarsi Tassa sui rifiuti solidi urbani (TARSU) o Tariffa di Igiene Ambientale (TIA).
Cominciamo dalla prima, la famosissima TARSU. Si tratta di una tassa comunale istituita nel 1993 e che ha poi subito modifiche con il passare del tempo. Qui però non ci interessano i particolari legislativi, ma la filosofia che sta dietro questa tassa, per capire come funziona il meccanismo dei rifiuti.
Innanzitutto la TARSU riguarda solo rifiuti urbani, quelli cioè prodotti dalle persone per vivere (scarti, lattine, bucce di banana, giornali, confezioni varie e via dicendo).
C’è poi un’altra categoria di rifiuti che vengono assimilati a quelli urbani: sono quelli che derivano da attività artigianali, economiche, industriali. Ovviamente verranno assimilati solo se la loro qualità somiglia a quelli prodotti nelle nostre abitazioni. Ma a decidere cosa deve finire nel calderone della TARSU sono, alla fine, i singoli comuni.
E quanto paga il cittadino?
Verrebbe da rispondere subito: “dipende da quanti rifiuti produce!” E invece no!
La tassa è applicata a metro quadro!
Se hai un appartamento di 100 m² paghi più che se ne occupi uno di 75 m². Non importa quanti rifiuti produci. Così se nell’appartamento da 100 m² ci abita una sola persona, paga di più di cinque persone che vivono in 75 m² e che presumibilmente producono una quantità molto più grande di rifiuti. Per fortuna la legge prevede, per lo meno, una suddivisione in due categorie, due tipologie di abitazioni: quelle private e quelle commerciali. Queste ultime pagano di più al m². Insomma come si capisce le cose non sono molto corrette soprattutto perché i soldi che il comune ci chiede dipendono dallo spazio che occupiamo e non dalla quantità di rifiuti che produciamo, quantità di rifiuti che è l’unica causa per cui esiste la TARSU. Va anche detto che all’interno di questa cifra sono compresi altri servizi di igiene pubblica come ad esempio lo spazzamento delle strade.
Tarsu e TiaNel 1997 viene scritto e approvato il famoso decreto Ronchi (vedi ad esempio qua) che modifica molte cose sulla questione dei rifiuti, semplicemente accogliendo le direttive emanate dall’Unione Europea. Tra le altre novità c’è anche il superamento della TARSU e l’introduzione di una nuova tariffa, la TIA (Tariffa di Igiene Ambientale). A differenza della tassa, la tariffa fa pagare quello che si consuma e quindi la nuova modalità prevede una divisione a metà di quanto dovuto dal cittadino al comune. Metà della tariffa copre le spese dei servizi come spazzamento, raccolta rifiuti ecc., l’altra metà invece dipende da quanti rifiuti uno produce.
La prima metà è ancora calcolata in relazione al numero di m² occupati e al numero di residenti nell’alloggio, la seconda rende le cose migliori e più giuste, ma nasce un grosso problema: come fa il comune a sapere quanti rifiuti io produco? E quindi come fa a sapere quanto devo pagare?
C’è poi da considerare che la metà-tariffa non comprende la quantità totale dei rifiuti prodotti, ma solo quelli indifferenziati, cioè quelli che non verranno poi riciclati o recuperati in altro modo (ad esempio con il riuso o con la produzione di energia – ma non attraverso l’incenerimento!). Credo sia facilmente comprensibile che dietro a questo modo nuovo di pagare il servizio deve esserci una organizzazione enormemente più efficiente di quella dei cassonetti. Nessun comune che non abbia una raccolta differenziata efficiente e valutabile può applicare la TIA.
In particolare occorre che il differenziato venga effettivamente tutto riciclato e bisogna spingere una raccolta differenziata molto più puntuale che sappia controllare quanto ognuno di noi produce come secco non differenziato. Questo si può fare in vari modi: attraverso la raccolta porta a porta che è quella più frequentemente utilizzata, ma anche con delle isole ecologiche e con dei contenitori “personalizzati”, nel senso che ogni cittadino può essere identificato attraverso una tessera magnetica, un po'' come avviene nelle farmacie quando compriamo le medicine e vogliamo poi scaricarle dalle dichiarazioni dei redditi. Ci sono dei sensori  che possono stabilire quanto ciascuno ha versato in peso o semplicemente contare il numero delle volRaccolta differenziatate che ha buttato i sacchetti nel contenitore comunale. Insomma i sistemi ci sono e sono adottati in molte realtà anche italiane senza eccessivi problemi.
Come diceva qualcuno “Si può fare … basta volerlo”.
Il discorso sulla TIA è molto lungo e complesso e io non mi sento in grado di approfondirlo più di tanto. Tuttavia per chi lo volesse può cominciare da qua.
Quello che mi interessava dire è che anche le leggi economiche, cioè le determinazioni delle tariffe da pagare allo stato e alle sue organizzazioni periferiche prevedono la necessità che i rifiuti vengano raccolti in modo separato, differenziato, virtuoso e non alla bene-meglio come succede nella maggior parte dei comuni italiani.
Un’altra conclusione importante è quella sulle dichiarazioni delle amministrazioni comunali relative alla raccolta differenziata. Sarebbe molto più chiaro e molto più onesto che raccontassero ai cittadini quanto dei rifiuti raccolti viene realmente riciclato. Se la raccolta differenziata è al 50% ma viene riciclato il 30% significa che c’è sotto un imbroglio e questo non è davvero carino.

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