Ci vuole equilibrio

Questo è un argomento di cui ho già scritto molte volte in questo sito, ma credo che ogni tanto sia utile rinfrescarci la memoria, anche alla luce dei dati più recenti sui quali possiamo fondare le nostre considerazioni.
L’argomento è il consumo in generale e più precisamente affrontiamo la questione dal titolo “Vivere al di sopra delle nostre possibilità”.
Come ben sappiamo la questione non si pone oggi, perché la società ha cambiato i proprio paradigmi già mezzo secolo fa, erigendo un totem al consumismo, fonte di ricchezza per pochi e di indebitamento per molti.

Impronta ecologica

Ma non voglio tornare su questo argomento, di cui ho detto un sacco di volte. Vorrei, questa sera, attenermi ai fatti, ai dati, ai numeri, in modo da non lasciare troppo alle interpretazioni.
Parloltre01eremo di Overshoot day e dell’impronta ecologica.
Cominciamo dal titolo. Cosa significa vivere al di sopra delle nostre possibilità? Vuole semplicemente dire che l’umanità tutta sta utilizzando, consumando e quindi distruggendo più risorse di quanto non ci sia consentito. Qualcuno ha detto che ormai la razza umana è passata ad un livello successivo, ponendosi al di sopra di dio, che, per i laici, possiamo tradurre in breve nel fatto che ha deciso di poter fare quello che vuole senza dover rendere conto a nessuno.
Vivere al di sopra delle possibilità significa che se guadagnate 1000 € al mese, voi, ogni mese, ne spendete 1200 o 1300 o anche 2000 e perfino di più, come vedremo tra poco. Il che non è chiaramente possibile. In una storia più soft, la conseguenza è che voi diventate dei barboni, nella storia del pianeta significa che succede un terribile e disastroso casino.
Dunque quello che facciamo è sovra-sfruttare le risorse del pianeta. Prima di entrare nei dettagli delle conseguenze e dei numeri, può essere interessante capire cosa intendiamo con “risorse del pianeta”.
Una volta, quando molti dei problemi che oggi ci affliggono non esistevano, per risorse si intendeva la fertilità della terra, i prodotti agricoli, la pesca, la caccia. A queste si aggiungono poi le materie prime minerarie (ferro, bronzo, rame) utilizzate in particolar modo per la fabbricazione di utensili, armi, eccetera.
Con l’evolversi della società e delle tecnologie, diventano essenziali le materie che servono a produrre energia: il legno, il carbone, il gas e il petrolio ed infine l’uranio.
Crescono anche i consumi di materie prime naturali, utilizzate per la produzione di manufatti, di strumenti, di macchine che facilitano la nostra vita, come l’automobile, la lavatrice e via discorrendo.
Ed infine materie prime di fondamentale importanza negli ultimi decenni sono diventati i pascoli, per l’allevamento del bestiame, i cereali (soprattutto mais e soia) per la produzione di mangimi per quegli animali o per far muovere motori a scoppio senza dover pagare troppo caro il carburante tradizionale.
Insomma per risorse del pianeta, intendiamo tutto quello che può essere utile alla nostra vita e per aumentare le comodità e il cosiddetto benessere personale.
Facciamo un esempio. Se il pianeta, ogni anno è in grado di rigenerare, dico un numero a caso tanto per fare l’esempio, mille pesci, se noi ne peschiamo 1200 viviamo al di sopra delle nostre possibilità e sovra-sfruttiamo la Terra. Lo stesso se piantiamo e nascono mille alberi e noi ne tagliamo 1200. In quest’ultimo caso, a lungo andare, avremo un fenomeno di disboscamento o di deforestazione. Questo comporta una perdita di biodiversità, perché distruggiamo l’habitat degli animali che in quei boschi e in quelle foreste vivono. Detta così ecco che cominciamo a capire che stiamo parlando della nostra situazione attuale, come qui è stata descritta una infinità di volte. Detto questo, quello che sarebbe bello fare è, al di là dei discorsi generici, avere delle misure di questo sovra-sfruttamento del pianeta.
Ebbene: esiste un’associazione chiamata Global Footprint Network, ovvero l’associazione che calcola l’impronta ecologia globale, che ogni anno determina un parametro che si chiama Overshoot day.
oltre01Cerchiamo di fare un po’ di chiarezza sui termini. Cos’è l’ecological footprint, che noi chiamiamo impronta ecologica? É l’area necessaria a produrre le risorse naturali che l’umanità consuma in un anno. Viene per questo misurata in ettari, ed è pacifico pensare che se quell’area supera quella terrestre, abbiamo di fronte gravi problemi.
Overshhot day, invece è il giorno nel quale superiamo il consumo delle risorse disponibili per quell’anno. In pratica questo girono dovrebbe cadere sempre il 31 dicembre, ma se cadesse nel gennaio o febbraio successivo, significherebbe che abbiamo messo qualcosa da parte per i periodi difficili. Questo succede?
Tra le molte cose che facciamo, come umanità, in modo esagerato c’è anche la produzione di anidride carbonica.
La vita sul pianeta esiste e può continuare ad esistere se viene mantenuto un equilibrio tra quelli che producono CO2 e quelli che la consumano. Tra i primi ci sono animali e uomini, che la emettono come scarto dei processi che avvengono nel nostro corpo, quando respiriamo assorbendo ossigeno. Gli uomini, poi, ci hanno messo un carico, anzi due. Uno perché sono diventati troppi, esageratamente tanti per le possibilità di questo pianeta, aumentando di oltre 4 volte negli ultimi 60 anni. E, due, per il tipo di produzione che hanno impiantato, sfruttando risorse non rinnovabili, come il petrolio o il carbone, la cui combustione comporta una quantità enorme di emissioni di CO2 in atmosfera.
Dall’altra parte ci sono le piante e gli oceani, che sono in grado di assorbire la CO2. Ci vogliono abbastanza alberi per bilanciare le emissioni umane. Essendo noi aumentati così tanto di numero, la logica avrebbe voluto che accadesse altrettanto con gli alberi, vale a dire che negli ultimi 60 anni diventassero 4 volte di più. Quello che è successo è il contrario. Il numero di alberi presenti sulla terra è andato drasticamente diminuendo. É difficile allora sorprendersi se in atmosfera oggi registriamo livelli di CO2 (oltre 410 ppm) mai visti prima, nemmeno nella preistoria.
oltre03L’anidride carbonica è un gas serra, che fa aumentare questo effetto che salva i nostri gerani d’inverno, ma che fa innalzare la temperatura media del pianeta, con conseguenze gravissime sul clima, come stiamo vedendo ormai ogni giorno.
Un altro effetto è che gli oceani e i mari subiscono un effetto di acidificazione. Di cosa si tratta?
Occorre sapere che circa un quarto della CO2 presente in atmosfera finisce negli oceani, dove si trasforma in acido carbonico, reagendo con idrogeno e ossigeno dell’acqua. Tra gli effetti negativi di questo fenomeno di acidificazione c’è anche quello che porta allo scioglimento dei gusci calcarei delle conchiglie dei molluschi e del plancton calcareo, finendo per portare effetti non certo piacevoli sulla catena alimentare marina. Uno degli effetti che la stampa ha sottolineato in questi anni (forse perché è una grande attrazione turistica) è quello dello sbiancamento del corallo. oltre02La distruzione di queste barriere, che servono sia per proteggere le coste, che per alimentare una moltitudine di pesci, creerà grandi problemi ad almeno mezzo miliardo di persone che dipendono da loro per cibo, protezione costiera e reddito.
Se pensiamo che per milioni di anni il valore dell’acidità marina è rimasto immutato, mentre negli ultimi 150 anni è aumentato del 26%, capiamo che non può essere un caso se questa disgrazia coincide temporalmente con la nascita e lo sviluppo della società industriale.
Ma torniamo al tema iniziale, che è, lo ricordo, "Vivere al di sopra delle nostre possibilità".
Parlavamo dell’impronta ecologica. Si tratta di un parametro che non è sempre accuratissimo, ma ci serve come indicatore per capire la situazione che viviamo. Se cercate in rete, troverete tonnellate di pagine dedicate a questo argomento. Inoltre l’impronta ecologica viene determinata non solo per il mondo, ma per le singole nazioni, perfino per le regioni e addirittura per le comunità e per i singoli individui. Il criterio è sempre lo stesso e lo stesso si può dire per il suo significato.
Il calcolo di questo parametro è piuttosto complicato, in quanto entra in ballo tutto quello che noi consumiamo, anche se alcune questioni sono lasciate fuori come, ma è solo un esempio, la destinazione, attualmente sconosciuta, delle scorie radioattive.
Lasciamoci dunque guidare ugualmente da questo parametro per capire come vanno i consumi di risorse terrestri a casa nostra, sul pianeta Terra.

Lo sapevamo, eccome

Questo aspetto dell’analisi ambientale non è nato oggi, anche se l’impronta ecologica nasce ufficialmente nel 1996, grazie all’ambientalista svizzero Mathis Wackernagel, fondatore, tra l’altro, e attuale presidente del Global Footprint Network.
oltre01Già nei primi anni 60, l’economista quacchero Kenneth Boulding, andava dicendo che l’umanità stava rovinando la Terra. Era un periodo in cui se parlavi di inquinamento ti guardavano male, in cui la cura dell’ambiente era praticamente nulla, in cui tutti buttavano le carte dal finestrino dell’auto senza sensi di colpa. Ebbene, Boulding diceva che l’uomo è un cowboy e come tale si comporta. Arriva su un pezzo di terra, pianta la sua tenda, sfrutta tutto quello che è possibile sfruttare e, alla fine, passa ad un altro pezzo di terra, senza curarsi di rimettere a posto quella che ha appena abbandonato.
Nel 1971 il rapporto Meadows, voluto dal Club di Roma di Aurelio Peccei, metteva in guardia politici ed economisti sulla crescita sia di popolazione che di consumi, perché saremmo finiti, dicevano i due coniugi Meadows, proprio come siamo adesso. Lo dicevano 50 anni fa, ma, evidentemente, è stato più importante produrre profitti che salvaguardare la natura e, con essa, la nostra possibilità di abitarci.
Qual è il problema, secondo Boulding? É quello che noi viviamo in un ecosistema chiuso, come se fossimo chiusi all’interno di una navicella spaziale. Se consumiamo più di quello che produciamo, ad un certo punto non avremo più risorse e moriremo.
Vedremo tra poco che questa sorte non toccherà a tutti, ma solo ad alcuni, quelli più sfortunati … questo è un modo decisamente da stronzi di dire le cose. Perché qui la sfortuna non c’entra per niente, c’entra il potere finanziario, militare, economico che ha sfruttato larga parte della Terra e delle sue popolazioni per molti decenni e, anche se in modo diverso dai colonialisti di un secolo fa, continua a farlo senza vergogna. Oggi questo colonialismo è diretto dalle grandi multinazionali, dalle grandi banche mondiali e da diversi stati che arraffano terre fertili altrove (soprattutto in Africa, ma non solo) grazie alla corruttibilità di governanti avidi e senza cervello.
Torniamo ai nostri parametri. Abbiamo detto dell’Overshoot day. Ripeto: è il giorno in cui abbiamo esaurito le risorse disponibili per quell’anno e stiamo intaccando quelle che avrebbero dovuto essere destinate all’anno successivo.
Il calcolo è piuttosto complesso, tuttavia, in linea di principio si tratta di dividere la cosiddetta Biocapacità Terrestre, vale a dire l’insieme delle risorse disponibili al giorno, per l’impronta ecologica relativa ad un giorno e moltiplicare il risultato per 365 in modo da essere riferito ad un intero anno.
Se ci siamo comportati bene, arriviamo al 31 dicembre e abbiamo finito le risorse; se ci comportiamo benissimo possiamo andare anche oltre. In questo caso tutto funziona perfettamente. Purtroppo l’overshoot day nel 2019 è caduto il 29 luglio. Faccio riferimento al 2019, perché si è trattato di un anno molto particolare, con notevole riduzione dei consumi primari causata dalla pandemia da Covid-19 e dai conseguenti lockdown in quasi ogni parte del mondo.
oltre06Dunque al 29 luglio, dopo sette mesi, l’umanità si è mangiata le risorse destinate a quell’anno. Come anticipato prima, questa data è la media di tutti i paesi del mondo. C’è chi si comporta meglio e chi si comporta peggio. É interessante dare un’occhiata anche ai numero dei singoli paesi, per capire chi sono i più avidi e chi invece i più virtuosi, ammesso che ce ne siano.
Prima però una considerazione generale: possiamo dire che per sostenere un consumo simile, con l’overshoot day al 29 di luglio, avremmo bisogno delle risorse di un altro pianeta, pari a tre quarti della Terra. Ci servirebbe insomma un pianeta che produca quasi il doppio delle risorse di cui disponiamo realmente. E questo, credo sia piuttosto evidente, non è assolutamente possibile.
Anche se questo modo di dire non è esatto e lascia spazio a critiche, lo usiamo perché è quello più chiaro di tutti e rende semplice i confronti che faremo tra poco.
C’è un altro aspetto da sottolineare, che è, forse, ancora più avvilente. Le risorse in più che ci stiamo mangiano le sottraiamo alle generazioni future. Anche noi ci troviamo in questa situazione perché le generazioni precedenti hanno vissuto al di sopra delle loro possibilità e noi stiamo facendo lo stesso, anzi molto peggio, nei confronti di quelli che verranno, che sono i nostri figli e nipoti. Forse un giorno ci chiederanno: “Dove sono finiti i nostri alberi?” e ci metteranno sotto accusa. Molti giovani lo stanno già facendo e reclamano la loro quota di risorse naturali, che non ci sono più.
Il comportamento di cui stiamo parlando si può riassumere nel termine sostenibilità, vale a dire nella capacità di vivere con quello che c’è, senza pesare sull’ambiente attraverso inquinamento, estrazioni, trivellazioni e così via.
In generale, possiamo dire che i paesi più virtuosi sono quelli del terzo mondo. Qualche esempio. In dicembre, ma non il 31, cadono gli overshoot day di Iraq, Nicaragua, Ecuador, Cuba. Il primo premio è vinto dall’Indonesia che, nel 2019, ha avuto l’overshoot day il 18 di dicembre.
É chiaro che si tratta di paesi poveri. Il fatto di avere date così avanti nel calendario significa anche che non sono in grado di consumare di più. Se potessero, probabilmente, si comporterebbero come le altre nazioni.
Guardiamo adesso dall’altra parte della classifica. Il Qatar ha avuto, nel 2019, il suo overshoot day l’11 febbraio, 42 giorni dall’inizio dell’anno. Significa, con il senso che abbiamo dato prima a questa informazione, che avrebbero bisogno di quasi 9 terre per sopravvivere. Significa anche che ci vogliono 8 indonesiani per consumare come un qatariota. Attenzione! Questi sono tutti valori medi, perché ci saranno abitanti del Qatar che consumano più e altri che consumano meno.
Per completare il discorso, in questa triste classifica, al Qatar segue di poco il Lussemburgo e, con la data in marzo, poi Emirati Arabi, Kuwait, Stati Uniti e Canada.
L’Italia si trova a metà classifica, con un overshoot day per il 2019, fissato al 14 maggio, assieme alla Francia e poco lontana da Giappone, Regno Unito, Svizzera, Cile e Grecia.
Dunque anche a noi una terra non basta. Per soddisfare i nostri bisogni occorrono 2,7 pianeti.

Move the date

oltre07C’è un movimento chiamato “Move the date” (Sposta la data) che ha come obiettivo quello di spostare ogni anno di 5 giorni la data dell’overshoot day. Trovate tutte le indicazioni su questo movimento nel sito overshootday.org. Sembra cosa da poco, ma si tratta, al contrario, di una impresa titanica, perché significa cambiare i paradigmi della società, sostituire i nostri consumi con risorse rinnovabili (pensate alla produzione di energia), e modificare il comportamento della specie umana, che appare come il compito più difficile da realizzare.
Per anticipare qualche cifra, ecco il calcolo effettuato da questo movimento: se dimezziamo le emissioni di CO2 dovute all’uso di combustibili fossili, la data si sposterebbe di 93 giorni. Mangiare metà della carne che mangiamo oggi, darebbe un altro spostamento di 15 giorni. Vedremo tra poco altre cifre sorprendenti in questo senso. Va anche detto che in questi anni cresce l’uso di energie da fonti alternative e, ovviamente, questo aspetto è contemplato nei calcoli che vengono fatti.
Del resto, l’evoluzione dell’overshoot day è cominciata attorno al 1970, quando la fatidica data cadeva il 29 dicembre, per cui l’umanità ce l’aveva quasi fatta. Ma già due anni dopo, il mese cambia e la data è il 26 novembre e poi via via in calando, fino al 29 luglio del 2019. Ribadisco che quest’anno è poco significativo per i noti motivi, ma l’overshoot day è comunque caduto il 22 agosto, segno che una diminuzione dei consumi c’è stata, ma anche quest’anno servirebbe più di mezzo pianeta in più rispetto a quello che abbiamo.
Abbiamo visto che l’Italia consuma come se avesse 2,7 pianeti a disposizione, esattamente come la Francia. Quando però consideriamo soltanto le risorse che abbiamo nel nostro paese, senza dunque quelle importate dall’estero, succede una cosa molto spiacevole. Scopriamo che consumiamo quasi 5 volte quello che il nostro paese è in grado di offrire. In questa classifica autoctona siamo addirittura davanti alla Cina e molto distanti dagli Stati Uniti, per non parlare della Francia, che consuma circa 2 volte e mezzo meno di noi i propri prodotti. É chiaro che questo ha a che fare con il fatto che il nostro paese è povero di risorse, specialmente di combustibili e materie prime. Nell’importazione occorre considerare molti aspetti, come il trasporto, l’emissione di CO2 per questo e così via.
In questa speciale classifica al primo posto c’è il Giappone, che avrebbe bisogno di quasi 8 nazioni per essere sostenibile.
oltre07E arriviamo alla considerazioni forse più shoccante di tutte. Cosa potremmo fare per migliorare la situazione e con quali risultati? I dati che vi fornisco derivano da una pubblicazione apparsa su Environmental Research Letters, una rivista scientifica trimestrale, che copre la ricerca su tutti gli aspetti della scienza ambientale.
Il miglioramento è qui misurato in una riduzione delle emissioni di gas serra, quindi viene valutato in tonnellate equivalenti di CO2 per anno. Anche perché questa voce è determinante nel calcolo dell’impronta ecologica e quindi dell’overshoot day. Secondo il WWF l’incidenza di questa voce sul totale è del 60%.
Voglio elencare una per una le azioni che possiamo fare personalmente per ridurre le emissioni e dirvi quanto incide ciascuna di esse.
La sostituzione delle lampadine con quelle a basso consumo, ad esempio i led, ormai diventata obbligatoria in molti paesi, compreso il nostro, produce un effetto quasi non misurabile tanto è basso, di molto meno di una tonnellata di CO2 equivalente.
Poco meglio va se rinunciamo all’uso dell’asciugatrice e mettiamo i panni ad asciugare fuori.
Anche il riciclo ha, in questo senso un piccolissimo impatto, di poco superiore a quello delle lampadine. Questo potrebbe suonare strano, dal momento che spesso crediamo che con il riciclo sistemiamo ogni cosa. Non è così, evidentemente. Ma va fatto presente che qui stiamo parlando di emissioni di gas serra e il riciclo non impatta tanto in questo senso, quanto sull’inquinamento (pensate al problema della plastica sparpagliata ovunque, specie in mari e oceani) e sull’uso di risorse di seconda generazione.
Più o meno come il riciclo incide il lavaggio dei panni con acqua fredda, evitando così di usare combustibili fossili per riscaldarla.
Il passaggio ad un’automobile ibrida produce un effetto doppio rispetto al precedente, ma siamo ancora nettamente al di sotto di 1 tonnellata di CO2 equivalente l’anno.
Fare una dieta vegetariana, quindi rinunciare a carni e pesci, migliora la situazione ancora un pochino di più, ma anche questa non arriva ad 1 tonnellata di CO2 equivalente l’anno.
Ci arriviamo finalmente, fissando il valore a 1,5 se acquistiamo energia rinnovabile, il che è molto complicato perché nessuno di noi sa esattamente come le varie aziende energetiche producono la loro energia, nonostante le assicurazioni che tutte fanno.
Una voce particolare riguarda i voli trans oceanici, che hanno un valore di 1,7.
Non usare l’automobile comincia ad avere un senso, perché il risparmio di emissioni raggiunge le 2,3 tonnellate di CO2 equivalente.
E l’impatto migliore di tutti? L’azione che possiamo compiere per ridurre maggiormente le emissioni di gas serra i atmosfera è … non avere un figlio. É avvilente, ma rinunciare ad avere un figlio ha un effetto 25 volte maggiore che rinunciare all’automobile e andare a piedi o in bicicletta.
É chiaro, se mi passate una battuta molto amara, che per essere totalmente sostenibili, occorrerebbe rinunciare alla vita come è impostata sul nostro pianeta in questa società.
Ma cerchiamo di essere propositivi e andiamo avanti. Ecco un altro caso. Parliamo di soia, di quella che viene importata dalla Cina in Danimarca. É solo un altro esempio per capire come vanno le cose.
L’impatto in questo caso è dovuto per oltre la metà al trasporto, che avviene via nave, solo in parte minima con camion o treni. La soia che arriva in Occidente non serve per sfamare i vegani, ma per dar da mangiare agli animali, producendo mangimi.
Altro caso è quello dei trasporti. Quale immette più CO2 in atmosfera? Il discorso è piuttosto interessante. Al primo posto ci sono gli aerei, ma qui va fatta qualche distinzione. A consumare di più sono i voli domestici, cioè quelli interni, come andare da Milano a Roma. Per capire, un volo di questo tipo consuma di più (parecchio di più) di un volo transoceanico di pari chilometraggio. Questo perché la maggior parte del carburante viene consumata durante le fasi di decollo e atterraggio. Questo significa che voli diretti inquinano meno che fare numerosi scali. Sono più cari anche per questo.
Gli aerei presentano anche degli effetti secondari all’emissione di CO2, dovuto all’impatto che ha il loro motore ad alta quota in una atmosfera rarefatta.
L’automobile. Qui vengono considerate automobili medie a diesel. Se andiamo da soli consumiamo moltissimo, perché questo significa che ci sono più macchine in circolazione, quando ognuno guida la propria. Se ci sono quattro passeggeri, le emissioni prodotte sono 4 volte minori.
Anche l’autobus inquina parecchio per la potenza necessaria al suo motore.
I treni sono quelli che consumano ed inquinano meno di tutti, in particolare l’Eurostar è il campione in questa classifica, consumando 7 volte meno di una macchina con quattro passeggeri a bordo.
Torniamo ai viaggi in aereo. Dobbiamo rinunciare o è possibile gestire meglio questo tipo di trasporto? Per cominciare potremmo cominciare ad usare dei biocombustibili o biocarburanti, quelli cioè prodotti da alcuni tipi di coltivazioni e quindi non da materie fossili non rinnovabili come il petrolio. É chiaro che per essere sostenibili, utilizzando una pianta per ottenere combustibile, noi bruciamo quella pianta e dobbiamo però sostituirla con un’altra di pari valore. In questo modo la capacità di assorbimento dell’anidride carbonica rimane inalterato. Sui biocarburanti abbiamo fatto una puntata qualche tempo fa. Oltre ai cereali vengono usate altre strutture vegetali come le alghe, che non incidono sul bilancio agroalimentare, ma hanno un grosso inconveniente: il processo per ottenere combustibile è molto costoso, cinque volte più di quelli convenzionali. Dalle notizie pubblicate sembra che questi carburanti siano migliori in tutti i sensi, anche come impatto sull’efficienza e la durata dei motori.
Parliamo un attimo di bio-etanolo. Nel 2012 c’è stata una produzione elevatissima di questa sostanza, ricavata dal mais. Nei primi dodici anni 2000 il valore sul mercato dell’etanolo prodotto dal mais è schizzato a valori altissimi, con grandi guadagni. Lo ha comunicato il ministero dell’agricoltura statunitense.
Tutti volevano produrre bio etanolo. Cosa è successo? Mentre le quotazioni del bio etanolo salivano impennandosi, la produzione di mais è rimasta sempre la stessa. Quindi c’è stato meno mais da destinare all’alimentazione e il prezzo delle tortillas messicane è raddoppiato. Può darsi che non ci freghi niente di quello che avviene in centro America, ma per il Messico, il mais è un prodotto locale tra i più utilizzati e questo ha creato scompensi nell’economia locale. Immaginate cosa può succede ad un popolo che basa gran parte della propria cucina sul mais, se un giorno vi vengono a dire che il prodotto che prima ti costava 20 centesimi, improvvisamente costa 10 dollari.
Questo fatto e la presa di posizione di molte nazioni (ricordo ad esempio quella ferma di Fidel Castro) ha fatto cambiare l’approccio verso i combustibili biologici. Abbandonati quelli di prima generazione, basati sui cereali, si è passati ad usare gli scarti comunque sostanze che non mangeresti. Ad esempio i gambi del mais o comunque gli scarti di altre catene produttive. In questo modo i due mercati, quello del combustibile e quello dei prodotti alimentari, non entrano in competizione e puoi tenere i prezzi delle tortillas messicane basse come una volta. Anche in questo caso tuttavia era possibile fare di meglio e ridurre la spesa legata soprattutto al reperimento e al trasporto delle materie prime. Oggi si coltivano in grandi vasche alghe con le quali, come detto prima, si ottiene un bio combustibile di terza generazione. I costi sono ancora alti, ma la strada imboccata è questa e si può ragionevolmente pensare che si abbasseranno col progredire della ricerca e della corrispondente tecnologia.
Arriviamo così alla conclusione di questo intervento.
La cosa meno sostenibile e, tutto sommato, più stupida che si possa fare è pensare di essere in grado di risolvere, ciascuno di noi, da soli i mali del pianeta che abbiamo visto. La condivisione è essenziale. Ad esempio in Europa ci sono molti progetti che permettono a ricercatori e aziende di sviluppare prodotti che servano a ridurre l’impronta ecologica. Il problema è il tempo, perché tra il dire e il fare possono passare anche 10 anni e noi di tempo a disposizione non ne abbiamo più moltissimo.