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Il problema

acqua01La CIA, il servizio di Intelligence statunitense, insomma le spie di quel paese, ad ogni inizio mandato del presidente, fanno trovare sul tavolo della sala ovale della Casa bianca, un documento sui rischi che l’Unione corre e correrà in futuro. Accanto alla solita informativa su terroristi veri o presunti, sulle pecche dei social e quant’altro, compare da anni un capitolo nel quale viene indicato come elemento del prossimo futuro la cosiddetta “guerra dell’acqua”. Non possiamo pensare che sia una delle solite boutade americane, che lasciano il tempo che trovano. Lo stesso avvertimento letto da Trump, lo aveva letto Obama in occasione della sua nomina e della sua riconferma. Una grave e diffusa carenza d’acqua sarà alla base di lotte senza quartiere nel secolo che stiamo vivendo.
L’acqua, del resto, serve a tutto e non solo a bere, per cui ne saranno coinvolte la produzione e la distribuzione, l’apparato sanitario colpito da malattie che derivano dalla carenza d’acqua e dalla sua impurezza.
Ho parlato del problema della carenza d’acqua nel mondo molte volte. L’ho fatto anche nella mia trasmissione radiofonica, quando ho preso in esame quello che succede all’agricoltura italiana a causa della siccità e della desertificazione dei terreni, causate dal cambiamento del clima e di come sia dovuta intervenire una potente e innovativa tecnologia per attenuare almeno un pochino le difficoltà di produzione e quindi di sostentamento. (qui la puntata)
Cominciamo da una documento che, l’estate scorsa, è stato prodotto dall’organizzazione senza scopo di lucro con sede a Washington negli USA, World Resources Institute. Si occupa delle risorse importanti per l ‘uomo: tra queste c’è, ovviamente, anche la distribuzione delle fonti d’acqua, il loro utilizzo, il possesso e quant’altro serva a capire in che situazioni siamo messi.
Nel rapporto dell’agosto del 2019, l’ultimo disponibile in questo senso, ci sono le notizie che ci interessano stasera.

Il report e i primi dati

Il report è ripreso dal giornalista Mattia Sopelsa, dell’Università di Padova, che titola il suo articolo in modo preoccupante. Dice: La scarsità d'acqua interessa già un quarto della popolazione mondiale. Se vogliamo dare dei numeri, significa che questa scarsità colpisce circa due miliardi di persone. Ora, noi sappiamo bene che, nonostante la superficie del nostro pianeta sia costituita in larga parte di acqua (circa il 71%), la stragrande maggioranza di questa non è utilizzabile, perché salata. Ne resta appena il 2,8%, ma anche questa poca non è tutta usufruibile, perché oggi oltre il 2% è trattenuta nei pack polari e nei ghiacciai. Ne resta circa lo 0,7% … se togliete quella inquinata dall’uomo, ecco che la disponibilità reale è davvero poca cosa e diventa ogni giorno di meno, da un lato per via degli effetti dei cambiamenti climatici che prosciugano le falde e le rendono sempre più complicate da raggiungere e, dall’altro, si riduce la quota pro capite per l’aumento costante della popolazione sul pianeta.
E poi, come detto, c’è l’attività dell’uomo, così stupido da scambiare l’approvvigionamento di gas per quello dell’acqua. Succede, ad esempio, negli Stati Uniti, dove la perforazione delle rocce di scisto per estrarre gas, finisce per inquinare falde d’acqua immense, come, per fare un esempio, quella che abbevera 20 milioni di persone, compresa la città di tra New York City.
Ma torniamo al report del World Resources Institute. Tanto per far capire che non sta scherzando comincia ricordando che nel recentissimo passato alcune città importanti sono rimaste a secco, nel senso vero del termine, cioè senza acqua. Parliamo di Chennai In India e delle sicuramente più conosciute Sao Paulo in Brasile e Città del Capo in Sudafrica, non villaggi di quattro gatti.
Sono i segnali che il cosiddetto Day Zero, il giorno in cui i rubinetti non avranno più niente da versare, è ormai arrivato.
L’osservazione che fate, voi là in fondo, è che da noi un caso simile non può accadere. Certo, oggi no, ma domani? Come sarà il rifornimento idrico dei figli e dei nipoti di tutti noi? Ci sarà acqua per tutti? E cosa faranno le popolazioni che non avranno più neppure l’acqua? Moriranno tutte? O cercheranno con ogni mezzo di sopravvivere e invadere i territori fortunati e ricchi, dove l’acqua ancora è presente? Voi cosa fareste al loro posto?

L’acqua serve solo per bere?

acqua01Purtroppo le situazioni sono davvero strane con questo clima di cui non si capisce più nulla, questo clima cambiato al punto tale da far seguire inondazioni terribili (come in Brasile e in India) da una altrettanto tremenda siccità e mancanza d’acqua.
É difficile razionalizzare quello che sta succedendo.
Quello che è certo è che l’acqua diventa quello che l’oro è stato per molto tempo: il bene più prezioso e non solo da un punto di vista sociale e umano, ma anche economico, come vedremo tra poco. Insomma chi sarà in grado di controllare l’acqua, sarà più potente che mai, perché avrà in mano una merce preziosissima, rara e richiesta da tutti.
Credo sia perfino inutile aggiungere che non si tratta solo dell’acqua da bere. Abbiamo già parlato dell’irrigazione dei terreni e quindi della produzione di cibo, ma anche molte industrie hanno bisogno di acqua nei loro cicli di lavorazione delle merci. Dunque, l’intera società si fonda sull’uso di questo prezioso liquido trasparente.
Secondo il report di cui stiamo parlando, ci sono 17 stati particolarmente a rischio. La maggior parte si trova in Africa, ma anche nella regione araba e del medio oriente e poi c’è l’India col suo quasi miliardo e mezzo di abitanti, che sono il triplo di quelli degli altri sedici stati sommati assieme.

Quanta ce ne serve?

Ci sono un sacco di domande che possiamo farci a proposito dell’acqua. Dobbiamo però essere bravi e ragionare come cittadini del mondo e non come cittadini delle nostre città, dove non capita mai o quasi che aprendo il rubinetto non esca nulla.
Le domande, dicevo, sono tante. Ad esempio: quanta acqua serve ad una persona per sopravvivere? Quanta per una igiene personale che non porti a malattie terribili, come la dissenteria cronica, per cui muoiono milioni di bambini ogni anno? E poi: chi controlla l’acqua o, quanto meno, che sta cercando di farlo?
acqua04Cominciamo dall’inizio e procediamo con calma. Le notizie che seguono sono disponibili in rete. Ho seguito in particolare le informazioni che arrivano da un sito web svizzero, trinkwasser.ch, un riferimento importante per la comunità elvetica. Trinckwasser, in tedesco, significa acqua potabile.
A livello internazionale viene riconosciuto come limite estremo per la sopravvivenza una quantità di 20 litri di acqua al giorno. Serve per bere, per un minimo di igiene e per qualche pulizia, sempreché si tratti di acqua di buona qualità, quindi non inquinata. A noi sembra davvero poco. Se vi lavate i denti lasciando il rubinetto aperto, quei 20 litri se ne vanno in circa 3 minuti.
Voi quanto ci mettete a lavarvi i denti?
Pur sembrando una quantità decisamente bassa, ci sono almeno 26 paesi nel mondo e quasi mezzo miliardi di abitanti che a quel valore non arrivano.
L’obiettivo della comunità internazionale è di raggiungere per ogni persona i 50 litri al giorno, che è definito “fabbisogno di base”. Ciò significa che con 50 litri riusciamo ad espletare le azioni più normali, come fare il bucato, fare una doccia (certo non lasciando sempre aperto il rubinetto come capita a molti occidentali spreconi), preparare i cibi cotti e altre attività necessarie.
Le persone che non si possono permettere nemmeno questo valore sono circa un miliardo. Con questa quantità, secondo la politica internazionale, non si può più parlare di sopravvivenza, ma di limitazioni.
Noi non possiamo avere percezione di tutto questo. Se va male, il nostro consumo si attesta ad almeno tre volte il fabbisogno di base e consideriamo il servizio idrico come qualcosa che semplicemente esiste, basta pagarlo. Siamo addirittura più interessati se l’acqua ha un buon sapore, se non contiene troppo cloro disinfettante, se ha un buon odore. Molti di noi non prendono nemmeno in considerazioni situazioni di enorme consumo d’acqua come accade nello spegnimento degli incendi. Quando d’estate se ne va una fetta dei nostri boschi pensiamo solo agli alberi distrutti e mai all’acqua consumata nel tentativo di salvarli.
acqua05Uno degli aspetti più drammatici ai quali è legata la disponibilità di acqua, riguarda l’igiene e i servizi igienici. Si stima che più di un terzo della popolazione mondiale, circa 2,6 miliardi di persone, non abbiano accesso ai servizi igienici di base. Parliamo dell’intera Africa a parte qualche oasi qua e là e dell’Asia meridionale. Ma non è solo quello. Se in Europa la quota di servizi soddisfa l’84% della popolazione, nelle zone rurali dei paesi in via di sviluppo, il valore scende ad appena il 35%.
Tutti i medici sono d’accordo che bere acqua non sia uno sfizio, ma una necessità. Due litri d’acqua al giorno, sei nelle regioni più calde, è un modo per mantenersi in buona salute.
Chi gestisce il commercio di acqua? Attenzione non mi riferisco all’acqua in bottiglia, del cui consumo, purtroppo, noi italiani siamo i campioni del mondo … del resto, coglioni come siamo, se dobbiamo eccellere in qualcosa deve per forza essere qualcosa di negativo.
No, mi riferisco all’acqua che esce dai nostri rubinetti. Gestire questo business è un grande affare e, come certo avrete capito da quanto detto fin qui, lo sarà sempre più in futuro.

Privatizzare o no?

Lo stato (in generale non necessariamente il nostro) non è il massimo dell’efficienza nella gestione idrica. Se analizzate lo stato delle conduttore italiane che dagli acquedotti portano il liquido nelle nostre case, rimarrete sbalorditi. Quando va bene viene perso un terzo dell’acqua, che quindi torna nelle falde, magari si inquina ed è così inutilizzabile. Ci sono zone in cui l’acqua perduta per strada raggiunge valori difficili da immaginare, fino al 65%.
La questione, come detto, non riguarda solo l’Italia, ma un sacco di altri paesi nel mondo, paesi dove la fame di acqua è decisamente superiore a quella di Sondrio o di Varazze. Penso, ad esempio, al Messico, dove le tubature perdono regolarmente la metà dell’acqua che parte dalle sorgenti e dagli acquedotti.
Detto questo, è giusto che lo stato, inefficiente, si arrenda e ceda a privati il diritto di sfruttare il mercato dell’acqua? Abbiamo sostenuto un referendum dieci anni fa a questo proposito. L’acqua è rimasta pubblica, ma le cose da allora non sono migliorate granché? E allora, cosa si deve fare?
La risposta non è facile e io non la darò nemmeno sotto tortura.
Quello che possiamo dire è che l’acqua è uno dei beni essenziali per la vita e specularci sopra è decisamente brutto, molto brutto. Immaginate quei miliardi di persone che aspettano una soluzione, che si vedono arrivare un galoppino di Nestlé (una delle ditte che vende tanta acqua in bottiglia) e gli dice: “Da domani potrai affogarti nella nostra acqua, ma devi darmi in cambio una mucca e due capre ogni anno. Forse è economicamente ragionevole, ma è anche moralmente ragionevole?
Cosa ne pensano le grandi organizzazioni finanziarie del pianeta?
La Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale sono entrambi favorevoli alle privatizzazioni (ne parlo in generale, ovviamente, questo discorso non è strettamente legato alla realtà italiana). In effetti se andiamo a spulciare tra i documenti che accompagnano i prestiti e i fondi concessi ai paesi in via di sviluppo, fa capolino la condizione che i servizi siano indirizzati verso aziende private. In molti casi questo si rende necessario per l’incapacità dei governi a gestire alcunché senza fare intervenire una colossale corruzione e, quando va bene, una enorme incompetenza.
acqua06É quello che è avvenuto in Gabon, dove l’azienda Vivendi è intervenuta, investendo 125 milioni di euro nell’espansione, aumentando il numero dei clienti assistiti del 26% e, contemporaneamente, abbassando il prezzo dell’acqua del 17%.
Ma chi è questa società? Sappiamo che nasce in Francia come costola di Veolia Environment, che si occupa un po’ di tutto, dall’energia alla gestione dei rifiuti con molti inceneritori e altre quisquiglie del genere.
A fronte di questo successo dei privati possiamo registrare dei fallimenti altrettanto colossali. La storia della città boliviana di Cochabamba credo sia ben conosciuta. L’azienda statunitense Bechtel, che aveva rilevato l’azienda pubblica, ha raddoppiato il prezzo dell’acqua, portando a rivolte molto cruente, con morti e feriti. L’azienda si è ritirata. La gestione è allora passata ad una cooperativa pubblica e il guadagno, in termini di libertà, ha avuto come contraltare uno stato davvero miserabile del servizio.
É chiaro, almeno credo, chi sta sulle due opposte barricate. In generale e ovunque la lotta è tra la società civile che rivendica il diritto all’acqua come bene comune e le aziende (tutte quelle che hanno come fine il guadagno) che dalla gestione hanno interesse a ricavare denaro, quindi banche, multinazionali, fondi di investimento e compagnia bella. La situazione nel mondo è abbastanza variegata. Ci sono stati aperti all’ingresso dei privati, altri addirittura che hanno posto un divieto per legge alla privatizzazione.
Le cifre di questo affare sono colossali. Aziende come Veolia environmental o la tedesca RWE, molto potente controllando le risorse di Londra e di parte della California, riforniscono in tutto il mondo circa 360 milioni di persone di acqua potabile.

Qualche esempio: India Israele, Africa del Nord

acqua07Potremmo concludere qui il discorso, ma è meglio se facciamo ancora un paio di esempi della situazione nel mondo.
Quando pensiamo ad approvvigionamenti variabili e ad acque molto inquinate, ci viene in mente subito l’India. Qualcuno ha definito il Gange il più lungo water del mondo.
L’acqua in questo subcontinente viene usata quasi esclusivamente per irrigare i campi. L’acqua di falda è sempre di meno. Notate che l’irrigazione non è per produrre tulipani come in Olanda, ma per far crescere verdura, frutta, cereali e quindi cibo per la popolazione. Dunque l’irrigazione è un’azione di primaria importanza nel paese. Attualmente gli indiani sono più di 1300 milioni e continuano a crescere di numero. Questo è un guaio bello grosso perché non ci sarà acqua per tutti e, come detto, nemmeno cibo. Nelle città industrializzate i problemi sembrano essere diversi, anche se anche loro avranno bisogno del riso coltivato in campagna. Ma questo modo di pensare non fa che acuire il conflitto di interessi tra le due realtà, quella rurale e quella cittadina.
Anche Israele ha problemi seri in questo campo. Ogni anno un israeliano ha a disposizione, in media, 450 m³ di acqua, che non è affatto molto. Ma Israele è un paese tecnologicamente molto avanzato ed ha così sviluppato sistemi di irrigazione all’avanguardia. Per la produzione di frutta e verdura Israele riutilizza le acque di scarico provenienti dall'agricoltura. La restante scarsità di acqua viene compensata dall'importazione di generi alimentari: cereali, soja e carne. I prodotti agricoli importati consentono di aumentare il consumo di acqua annuo da 450 m3 a 1080 m3 per persona.
Diamo, per chiudere, un’occhiata al NordAfrica, dove la crescente desertificazione, legata ai cambiamenti climatici, porterà a una sempre più diffusa siccità e quindi, ad una carenza di risorse idriche. Stiamo parlando di stati come la Tunisia, l’Algeria, l’Egitto non possono essere classificate terzo mondo tout court.
Ora provate a pensare cosa fareste voi in queste situazioni: la soluzione possibile è quella di emigrare. Già, ma dove? A Sud c’è il Sahara, ad Ovest l’Oceano Atlantico, ad Est il deserto arabo. Le persone possono scappare solo verso Nord. Per questo è di assoluto interesse degli stati europei, in particolare di quelli che si affacciano sul Mediterraneo, trovare qualche soluzione al problema dell’acqua in collaborazione con gli stati nord-africani.

Desalinizzazione

Abbiamo detto, all’inizio, che il 71% del pianeta è coperto di acqua. Di questa oltre il 97% è salata e quindi non utilizzabile per gli scopi quotidiani della nostra vita. Una soluzione potrebbe essere quella di togliere il sale e rendere dolce quella enorme quantità di acqua in modo da risolvere più di un aspetto critico della nostra società.
(Aggiungo qui una recente notizia della scoperta di “bolle di acqua dolce“ in fondo agli oceani: per ora sono solo notizie, poi vedremo se e come potrà essere utilizzata questa ulteriore nuova riserva).
acqua07Le tecniche di desalinizzazione sono presenti sulla Terra da almeno 50 anni. Cerchiamo di vedere adesso quali vantaggi porta e come si sta procedendo e poi, se ce ne sono, di evidenziare i pericoli che le varie tecniche si portano dietro.
Circa un anno fa, in Liguria, si è tenuta una conferenza internazionale della IDA, la Associazione Internazionale Desalinizzazione. Come sempre accade in queste circostanze, c’è una sorta di beatificazione del proprio lavoro, il che è anche giusto, perché porta quello spirito di iniziativa indispensabile per andare sempre avanti.
In quella occasione, sono state fatte le cifre, relative all’anno precedente. Gli impianti di desalinizzazione presenti nel mondo sono circa 20 mila, mentre i litri di acqua riutilizzata assommano a 200 milioni di litri al giorno. La crescita del business è sensibile e distribuita tra le varie zone del pianeta. In particolare si segnala la crescita di quasi il 30% nei paesi arabi, ma anche gli Stati Uniti non scherzano. Là una grande quota di quest’acqua è destinata al mercato dell’energia, soprattutto quello dell’estrazione di petrolio e gas.
Non voglio entrare nelle tecniche usate, sarebbe un terreno minato di cui non so abbastanza. Posso dire, seguendo i più elementari strumenti di informazione, che la tecnologia più utilizzata è quella dell’osmosi inversa. Quando due liquidi identici separati da una membrana semipermeabile hanno diversa concentrazione dei sale, quello con concentrazione più bassa passa dall’altra parte fino a raggiungere l’equilibrio. Questa è l’osmosi diretta, quella inversa funziona esattamente al contrario: viene applicata pressione al liquido più salato in modo che scorra verso l’acqua potabile attraverso la membrana.
É un procedimento costoso ed energivoro, per cui molti paesi si accontentano del processo ad evaporazione, che ha come limite la creazione di molta salamoia, cioè di acqua con elevato contenuto di sale.
A fianco di questa soluzione c’è, ovviamente, anche quella del riuso dell’acqua. Nella conferenza si è fatto l’esempio di Città del Capo e della California, che stanno spingendo molto sulle acque reflue, mentre la Cina punta molto sul riutilizzo delle acque industriali, che rappresentano la metà della capacità trattata tra il 2010 e il 2017. Anche India e Taiwan si stanno muovendo in questa direzione.
Gli USA sono il secondo paese in questo senso, rappresentando il 10% del totale. In Europa leader assoluto è la Spagna, che produce 3 milioni di m³ al giorno, valore che passerà prestissimo addirittura a 18 milioni, grazie ad una normativa approvata dal Parlamento Europeo.
L’esaltazione delle tecniche usate è arrivata, durante la conferenza, al punto massimo, quando si è parlato dei costi di queste tecniche, che starebbero scendendo di anno in anno per le nuove materie prime impiegate e per aver imboccato la strada del risparmio energetico.
Tutto bene dunque? No, le critiche ci sono e sono anche pesanti.
Scrive sul Washington Post, Bruce Stanley di Bloomberg, che abbiamo già incontrato in queste pagine e che costituisce un vigile occhio economico sulle varie attività commerciali dell’uomo: «E’ una crudele ironia per il pianeta blu: la maggior parte della Terra è inondata negli oceani, eppure l’acqua marina è imbevibile. Gli sforzi su vasta scala per rimuovere il sale dall’acqua di mare – il processo noto come desalinizzazione – risalgono agli anni ’50 e oggi quasi 20.000 strutture dalla Cina al Messico stanno rendendo potabile l’acqua salata per sostenere la crescita delle popolazioni. Ma questa alchimia moderna è sotto esame perché i critici si chiedono se i benefici della desalinizzazione giustificano il suo potenziale danno agli ambienti marini e il contributo al riscaldamento globale».
Gli avversari puntano il dito soprattutto su due questioni: la salamoia e i consumi energetici, ma soprattutto la prima. Uno studio condotto da ricercatori delle Università canadesi, olandesi e coreane, accusa soprattutto Arabia Saudita, Emirati Uniti, Kuwait e Qatar, di inquinare il mare con un concentrato salato che può contenere residui di sostanze chimiche non proprio innocue.
I tecnici e gli scienziati che seguono la desalinizzazione, soprattutto quelli spagnoli, sono insorti di fronte a questo attacco, dicendo che non è niente vero e che loro il problema della salamoia non solo ce l’hanno ben presente, ma che ci sono iniziative importanti per risolverlo. Del resto, dicono, fare di tutta l’erba un fascio è fuorviante, perché la salinità dei mari è diversa da luogo a luogo, dipende dalle condizioni ambientali e dal tipo di procedura usata per la desalinizzazione.
Come già detto non sono in grado di stabilire chi ha ragione in questa diatriba, tuttavia so per certo che in alcuni paesi, come Dubai riciclano la salamoia per irrigare le piante tolleranti al sale, come la salicornia, che può essere mangiata o usata per fare biocombustibili. Anche la quinoa, che è di grandissima moda tra i vegetariani e non, può vivere su terreni salati ed usufruire quindi della salamoia al posto dell’acqua potabile.
L’altra grande questione riguarda i costi energetici. Si parla di circa 4,5 kWh/m³. I tecnici spagnoli sostengono che con gli impianti più recenti si è scesi a 3 kWh/m³, ma non si deve dimenticare che i primi impianti ne consumavano addirittura 50. E si spiegano ancora meglio dicendo: “Per mettere questa cifra in prospettiva, se consideriamo che il consumo energetico di una famiglia media in Spagna è di 13.141 kWh/anno e che il consumo medio annuale pro-capite è di 150 litri/giorno, prendendo come riferimento che il consumo di energia medio per produrre 1 m3 di acqua desalinizzata è 3 kWh/m3, con il consumo energetico di una famiglia media si è in grado di rifornire 80 persone con acqua di mare desalinizzata per tutto l’anno.
É abbastanza ovvio che la maggiore efficienza è passata attraverso tutto il processo: le membrane, le tubazioni, i motori e quant’altro costituisca le parti della struttura, hanno potuto usufruire dell’avanzamento scientifico e tecnologico.
La ricerca non si ferma qui. Nuove proposte vengono avanzate, nuovi risparmi sono possibili. Quello che è certo è che la strada intrapresa con la desalinizzazione non può essere fermata, perché la sete di acqua cresce in ogni settore e non tenerne conto sarebbe criminale.

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