Introduzione

ScistoScisto non è una parolaccia. Si tratta di una roccia metamorfica. Cosa significa? Si tratta di rocce che nel corso della loro vita molto molto lunga hanno subito dei cambiamenti (delle metamorfosi appunto) per cause esterne come cambiamenti di temperatura o di pressione. Ci sono tanti tipi di scisti ma tutti derivano dall’argilla che è stata appunto trasformata.
Tra questi ci sono gli scisti bituminosi, i quali, come del resto dice il loro nome, contengono percentuali significative di bitume, che può essere utilizzato al posto del petrolio o del gas per produrre energia.
Queste cose si sanno da duecento anni, ma solo nell’ultimo decennio (diciamo dal 2003 in poi) gli scisti sono entrati a far parte delle riserve energetiche di un paese. Questo è dovuto ad alcuni fattori: l’aumento del costo di estrazione del petrolio, il problema del riscaldamento globale e il fatto che prima i costi di estrazione dello scisto erano proibitivi.
Ma la cosa davvero interessante è la scoperta che lo scisto intrappola del gas naturale, chiamato gas di scisto (in inglese “shale gas”), composto in larga parte di metano. Anche questa è una notizia piuttosto vecchiotta. I tecnici lo sapevano da un sacco di tempo, ma le tecnologie per estrarre il gas dalla roccia non erano ancora pronte. Infatti queste conformazioni rocciose si trovano in profondità (diciamo ad almeno un km dal suolo) e quindi non basta una pala e un piccone per averlo a disposizione. Inoltre il gas è ancora intrappolato dentro la roccia perché non ha fatto in tempo (o non ha trovato le condizioni adatte) a scivolare via verso strati meno densi, ad esempio sabbiosi da dove possa essere estratto con i metodi tradizionali. Per questo è considerato un gas “non convenzionale”: non basta insomma fare un buco fino alla sacca che lo contiene e infilarci un tubo per estrarlo. Bisogna frantumare le rocce che lo imprigionano e quindi gli investimenti in questa direzione sono importanti e devono dare risultati al più presto.
Questa scoperta da alcuni viene considerata una vera rivoluzione energetica e la soluzione alla "crisi del petrolio", in attesa che le energie alternative possano avere rendimenti e diffusione sufficienti. Ma la cosa strana e curiosa è che di questo nessuno parla; il grande pubblico non ne sa nulla, come se ci fosse qualcosa da nascondere (ad esempio i contratti in essere) o qualcosa di misterioso (danni all''ambiente e alla salute?).
Proviamo allora a fare un po’ di chiarezza su questa faccenda, cominciando dalla storia dello shale gas, del gas di scisto.

Amy Myers Jaffe: assolutamente a favore

Cominciamo da un articolo (e i relativi oltre 200 commenti) di una studiosa americana del Texas, Amy Myers Jaffe, una importante esperta di energia e di politiche energetiche. Nel maggio dello scorso anno ha visto pubblicato un suo intervento sul The Wall Street Journal di New York che parlava proprio del gas di scisto. Vediamo cosa ha scritto (la traduzione è mia, spero sia corretta).
Amy Myers JaffeC’è una rivoluzione energetica che si prepara proprio sotto i nostri piedi.
Negli ultimi dieci anni un’ondata di trivellazioni in tutto il mondo ha scoperto enormi giacimenti di gas naturale nelle rocce di scisto. Qualcuno sostiene che almeno 1021 metri cubi (cioè mille miliardi di miliardi di metri cubi) possono essere estratti solo nel Nord America (USA+Canada), una quantità sufficiente per soddisfare i bisogni della nazione nei prossimi 45 anni. L’Europa ne avrebbe circa un quinto di quello americano per se stessa.
Conoscevamo già il potenziale dello scisto, ma semplicemente non avevamo la tecnologia per ottenerne gas a prezzi abbastanza contenuti. Adesso sì: il rapporto è cambiato e questo gas sarà la risorsa rivoluzionaria del prossimo decennio.
Ho studiato i mercati energetici per 30 anni e sono convinta che il gas di scisto impedirà la nascita di nuovi monopoli, modificherà la geopolitica e rallenterà la transizione verso le energia rinnovabili.
Per capire i motivi di queste convinzioni dovete considerare che anche prima della scoperta dello scisto, il gas naturale era destinato a giocare un ruolo di primo piano nel nostro futuro. Quando le preoccupazioni ambientali sono aumentate, le nazioni si sono appoggiate più pesantemente su combustibili meno inquinanti come appunto il gas, che produce circa la metà dell’anidride carbonica rispetto al carbone. Ma la crescita del consumo di gas ha gettato,  i consumatori mondiali dalla padella alla brace, da essere ostaggi dell’OPEC ad essere ostaggi dei produttori di gas: la Russia, l’Iran e il Venezuela, che radunati in un cartello possono dettare le proprie condizioni al resto del mondo.
L’abbondante disponibilità di gas a buon mercato farà sparire tutto questo e ridurrà anche le pretese degli stati produttori di petrolio.
E questo porterà anche a cambiamenti radicali nella politica delle energie rinnovabili. Essendo infatti presente una sorgente sufficientemente pulita, le energie solare, eolica eccetera, non avranno bisogno di diventare immediatamente competitive rispetto a quelle tradizionali e dunque non avranno l’urgenza di disporre di sovvenzioni pubbliche che potranno essere destinate altrove. In questo senso possiamo pensare che le energie verdi avranno tutto il tempo per maturare e diventare efficienti per sostituire tra qualche decennio le fonti tradizionali, compreso il gas di scisto, con tecnologie a basso costo ed elevati rendimenti.
Nonostante le mie opinioni in merito ci sono molte persone (tra le quali il primo ministro russo Putin e molti analisti di Wall Street) che non sono per niente convinti che il gas di scisto possa essere una rivoluzione energetica e lo fanno con due motivazioni: una economica sostenendo che l’estrazione è troppo costosa e l’altra ambientale legata a rischi di inquinamento e contaminazione.
Cominciamo dai costi.
Già oggi nei giacimenti che si estendono tra il Texas e la Louisiana il costo di estrazione è di 0,01 $ al kWh, contro i 0,017 $/kWh degli anni ’90. E sono convinta che questo costo potrà ridursi ancora di un terzo nei prossimi 5 anni.
Per quanto riguarda i rischi ambientali il problema principale è – secondo gli ambientalisti – quello della contaminazione delle falde acquifere. Dato che i giacimenti sono molto più profondi delle sacche d’acqua, durante l’estrazione c’è il pericolo che i fluidi estratti possano infiltrarsi nelle falde. C’è sicuramente un piccolo rischio del genere, ma si tratta solo di avere regole precise nell’esecuzione delle trivellazioni e delle estrazioni, cosa che potrà far crescere di un pochino i costi, ma che certo non fermerà i produttori che si stanno già orientando ad una estrazione in sicurezza anche se le regole non sono ancora state scritte. (
NOTA: in America, perché in Europa le regole ci sono)
Ma gli scettici dimenticano una cosa molto importante e cioè che l’opinione pubblica abbraccia con velocità sorprendente cambiamenti che portino vantaggi economici ai consumatori, come del resto è avvenuto per il gas liquido negli ultimi anni. E poi non vedono il quadro d’assieme, che scuoterà il mondo intero anche da un punto di vista politico. Vediamo come.
Uno degli effetti principali del boom del gas di scisto sarà quello di offrire ai consumatori occidentali e cinesi sorgenti energetiche vicine a casa. Questo eliminerà ogni monopolio. Ricordiamo che i grandi fornitori di gas sono paesi politicamente instabili come la Russia e l’Iran, (i due detengono circa la metà delle sorgenti di gas del pianeta). E la Russia non ha mai negato il desiderio di creare un cartello dei produttori di gas come c’è quello dei produttori di petrolio. Questo pericolo svanirà completamente perché il libero mercato e la concorrenza saranno garantite dall’avere un numero molto più grande di produttori.
E poi c’è la questione del trasporto e dello stoccaggio. Si eviteranno molti viaggi di superpetroliere cariche di gas liquefatto e rigassificatori pericolosi sparsi lungo le coste dei paesi importatori. I traffici di gas liquido dovrebbero ridursi di circa il 70%.
E’ evidente che la diminuzione delle esportazioni e quindi della richiesta farà diminuire i prezzi che ad esempio la Russia ha finora imposto. Così ad esempio all’Ucraina il gas liquido russo verrà a costare il 30% in meno. La diminuita potenza economica si rifletterà anche sulla politica in generale di quei paesi come la Russia e l’Iran che non potranno più fare il bello e brutto tempo con gli altri stati. Quando per dispute interne tra Russia ed Ucraina all’Europa non venne più erogato gas nel corso di un inverno, la situazione si mostrò veramente drammatica. In Europa il 25% del gas arriva dalla Russia e ci sono stati che dipendono praticamente solo dal paese di Putin.
L’Europa è così costretta a diversificare il più possibile le proprie importazioni di gas. Lo scisto potrà essere di grande aiuto in questo. Gli stati in cui si pensa ci siano i giacimenti più grandi sono Francia, Germania, Austria, Svezia, Polonia, Romania e Ucraina.
Anche per l’Iran potrebbero esserci giorni difficili dal momento che uno dei grandi introiti di quel paese è proprio l’esportazione di gas naturale. Probabilmente una diminuzione sensibile delle entrate potrebbe far cambiare anche la politica sul nucleare. Con ogni probabilità se i governi iraniani sono ragionevoli lasceranno perdere le mire nucleari e useranno il loro gas a basso costo per produrre l’elettricità nel paese.
Anche la Cina potrebbe giovarsi sensibilmente di questa possibilità. Infatti troverebbe a casa sua enormi risorse di gas, che adesso è costretta ad importare da stati che la costringono a certi tipi di politica (l’Iran, il Sudan, Burma).

I commenti all’articolo di Amy Jaffe

No frackInsomma Amy è un’entusiasta dell’intera vicenda e non riesce a vederne alcun aspetto negativo. La disponibilità di gas un po’ dappertutto (ma non da noi guarda caso!) e a basso costo (almeno secondo i suoi calcoli) diventa quasi una panacea per molti mali arrivando addirittura a risolvere antiche questioni di tutela dei diritti degli individui in quegli stati (tra i quali c’è anche la Cina sarà meglio non dimenticarlo) che adesso non possono far altro perché presi per il collo dai produttori di gas e petrolio.
Che poi si riesca, grazie al gas di scisto, a modificare anche la politica nucleare iraniana mi sembra un tantino, ma appena un tantino azzardato.
La nostra Amy insomma appare come un classico dei politici statunitensi, che non riescono a convincere un europeo che quello che dicono non sono altro che esagerazioni.
Tuttavia c’è un punto che merita di essere approfondito.
Amy non ce l’ha (così almeno dice lei) con le energie rinnovabili ed anzi sostiene che gli stati dove le condizioni sono favorevoli (cita giustamente il Texas per l’eolico e la California per il solare) devono essere indotti a sfruttare al massimo queste tecnologie e i finanziamenti devono essere indirizzati a fare di questi stati una specie di laboratorio per avere, quando il gas di scisto comincerà ad essere carente (tra 40 anni circa) tecnologie ben collaudate, con alti rendimenti e bassi costi.
Sembra insomma un bellissimo programma … chissà se sarà realizzabile? Vedremo più avanti le stime del Dipartimento USA dell''Energia al riguardo, che ha idee completamente differenti dalla bella Amy.
L’articolo della Jaffe ha suscitato un vespaio nel sito del giornale newyorkese. La maggior parte degli interventi (oltre 200) erano molto critici con lei. Si lamentavano soprattutto del fatto che oltre 2000 parole erano state spese per decantare il gas di scisto e appena 120 per parlare dei rischi ambientali. Insomma ai lettori americani la signorina Jaffe non era piaciuta per niente.
Ma sulla posizione americana rispetto al gas di scisto si sono espressi anche personaggi importanti e conosciuti e sono davvero in pochi a pensarla come la studiosa texana; tutti avanzano riserve e dubbi sia di natura economica che, direi soprattutto, ambientale.
Tra questi vorrei citare James Howard Kunstler, saggista e scrittore, autore di uno dei libri più controversi degli ultimi anni: The geography of Nowhere (la geografia di nessun posto) del 1993 ma ancora estremamente attuale sulla società americana vista dai sobborghi delle grandi città.
Ma delle critiche che a questa nuova tecnologia vengono mosse parleremo più tardi.

Lo scisto in Europa e nel mondo

Giacimenti nel mondoInnanzitutto vediamo se ci sono giacimenti nei nostri dintorni. Una grande quantità di scisto è stata localizzata sotto un altopiano francese, nel Sud del paese, non molto lontano da Montpellier e Marsiglia. Si tratta di una zona poco abitata destinata alla coltivazione di cereali e ricchissima di pascoli: l’altopiano di Larzac. Qui si trovano le pecore che forniscono il latte per il formaggio Roquefort, dall’aspetto simile al gorgonzola, un cibo che gode della protezione di origine e di qualità francese. Ecco, proprio sotto questo altopiano ad almeno mille metri di profondità si trova una zona argillosa molto ricca di scisto e quindi adatta da un punto di vista economico ad essere sfruttata.
A muoversi per primi sono stati gli americani, e precisamente il colosso texano Schuepbach Energy, che avrebbe già ottenuto dalle autorità locali il permesso di effettuare sondaggi in 4400 kilometri quadrati nell’altopiano. Ora 4400 km² non sono uno scherzo; si tratta di un’area quadrata di 70 km di lato, come andare più o meno da Vicenza a Venezia. Del resto che gli americani siano i primi a muoversi è piuttosto normale visto che da loro i primi pozzi di gas di scisto sono stati aperti ben più di venti anni fa. Dai 50 pozzi del 1989 si è passati agli oltre 6200 pozzi attuali.
L’aumento del prezzo del petrolio e la necessità di ridurre le emissioni di CO2 in atmosfera ha fatto diventare questo gas l’oro nero del futuro, come lo ha definito il Wall Street Journal.
Ora molte persone sono convinte che alla Francia di questa faccenda non importi un fico secco. Loro sono autosufficienti con tutte le centrali nucleari che hanno. Questo è quello che ci raccontano i nostri soloni e politici in televisione; beh è una colossale balla.  Le centrali nucleari producono solo energia elettrica, non fanno viaggiare le automobili o muovere i macchinari che hanno motori a scoppio. Possiamo calcolare che l’energia elettrica nell’economia di un paese come l’Italia o la Francia rappresenti circa il 20% - 25% del totale.
Bene: la Francia ottiene poco meno dell’80% della sua energia elettrica dal nucleare, vale a dire l’80 del 20-25% dell’energia totale e quindi il 16-20% del totale.
In conclusione il contributo delle centrali nucleari al fabbisogno energetico francese non supera il 20% (è il più alto al mondo – negli USA ci si ferma al 16-17%), nel mondo ad appena il 6%. Il resto deve essere prodotto in maniera tradizionale usando petrolio, carbone e gas, oltre alle energie rinnovabili. Insomma anche la Francia deve importare enormi quantità di petrolio, addirittura più di quello che importiamo noi che utilizziamo molto più gas naturale che petrolio per le nostre centrali elettriche.
Per questo il fatto di aver scoperto questi giacimenti importanti di scisto ha fatto drizzare le orecchie ai tecnici e ai politici francesi che intravedono l’opportunità di diventare indipendenti e autosufficienti dal punto di vista dell’importazione del combustibile energetico.
Molte grandi aziende si sono mobilitate e hanno investito nel settore del “nuovo oro nero”. Quando dico nuovo non intendo ovviamente il prodotto in sé, perché, come dicevo all’inizio, sono più di cento anni che si conosce il prodotto. La novità sta in due fattori: i giacimenti sparsi un po’ ovunque e il sistema di estrazione.

E l’Italia?

Da noi non risultano esserci depositi di scisto significativi. Magari un giorno ne verranno scoperti, ma per il momento non se ne sa niente. Tuttavia la nostra più grande azienda che si occupa di fonti energetiche, l’ENI, ha già messo le mani avanti e i piedi in alcune staffe importanti.
Ricordo che l’ENI è un’azienda a partecipazione statale: un terzo del capitale e delle azioni sono di proprietà del ministero del Tesoro + Cassa Depositi e Prestiti e quindi dei cittadini italiani. L’ENI ha comprato tre licenze di estrazione da un’azienda polacca, la Minsk Energy Resourses, per cominciare a sondare un’area di 2 mila km² nel bacino baltico (a Nord della Polonia verso la Scandinavia) e ha anche investito nei giacimenti americani per imparare come fare, per avere insomma le competenze per il futuro. In Canada, attraverso la controllata SAIPEM, si è aggiudicata un contratto di un miliardo di dollari canadesi (760 milioni di €) per l''estrazione di questo tipo di gas da "scisti" di sabbie bituminose.

Giacimenti di scisto negli USA (Marzo 2010)Certo sarebbe importante avere dei dati abbastanza precisi sulla quantità di gas presente nei vari giacimenti. Le cifre più certe sono quelle americane, che sfruttano da tempo questo combustibile. Teniamo presente che sapere come estrarlo è altrettanto importante che averne.
Secondo l’EIA (Energy Information Administration) sotto il suolo USA ce ne sono 132 miliardi di m³. Si trova praticamente ovunque, ma quattro sono i giacimenti più importanti: nel Texas, in Louisiana, nell’Arkansas e in Pennsylvania. Si diceva prima che 6200 pozzi sono in azione. Gli americano attualmente ricavano il 15% del loro gas da scisti, ma l’EIA stima che entro 15 anni il 45% del fabbisogno energetico USA sarà soddisfatto dall’uso di questo gas. Per l’Europa si stimano riserve 8-9 volte inferiori, mentre la Cina ne possiede 100 miliardi di m³ soprattutto nella regione dello Scichuan dove si sta muovendo il colosso Sinopec, la più grande azienda cinese per fatturato, un gruppo petrolifero e petrolchimico, controllato per il 75 % dal governo. Anche l’Oceania, il Medio Oriente e il Nord Africa hanno circa 75 miliardi di m³ di gas di scisto. Insomma un grossissimo affare che investe tutte le zone del mondo.

Il metodo di estrazione

EstrazionePer capire quale tipo di impatto l’estrazione del gas di scisto può avere sull’ambiente è necessario capire quali operazioni si devono fare per ottenerlo.
Ricapitoliamo un attimo.
I combustibili che utilizziamo sono idrocarburi (ad esempio il metano) o loro miscele come nel caso del petrolio. Sono composti soltanto di atomi di Carbonio e Idrogeno che si formano nelle rocce argillose ricche di elementi organici. Quando la situazione geologica lo permette (ad esempio col variare della pressione o della temperatura) si spostano verso rocce sabbiose o calcaree, da dove vengono poi estratti con le tecniche tradizionali. Questa migrazione impiega milioni di anni.
Il gas di scisto invece è quello che è rimasto intrappolato nella roccia sorgente argillosa e ancora non ha effettuato la migrazione verso la roccia giacimento. La tecnica usata per estrarre il gas di scisto è dunque quella di portare via il gas prima che migri verso rocce più permeabili, senza aspettare i milioni di anni che la natura impiegherebbe per questo processo.
Il sistema elaborato e migliorato nel corso dei decenni si chiama hydraulic fracturing (rottura idraulica) o semplicemente fracking. Si prende dell’acqua con additivi chimici e sabbia o altri materiali analoghi e la si pompa ad altissima pressione contro le rocce che si fratturano, liberando così il loro prezioso contenuto. Per l‘operazione dunque servono grandi quantità di acqua e nel sottosuolo finiscono sostanze che proprio dei balsami non sono. La sabbia serve per sostituirsi al gas e mantenere più o meno costante il volume delle rocce (anche se tutte frantumate), gli additivi chimici servono per modificare la viscosità dei fluidi e permettere così la risalita del gas verso la superficie.
C’è un aspetto importante che segna anche tutta la differenza tra le estrazioni americane e quelle europee. Quando si pesca in un giacimento di gas o di petrolio si fa un buco, si infila una cannuccia e si succhia su. Qua invece è necessaria una azione molto più capillare perché occorre rompere le rocce che sono stratificate e quindi occorre fare un buco verticale, molto profondo e poi muoversi orizzontalmente per km e km per sfruttare in pieno il giacimento di scisto.
E’ chiaro allora che se la zona è deserta e disabitata non ci sono grandi problemi e questa è più o meno la situazione di molti giacimenti degli USA. Ma se là sopra ci sono abitazioni e città tutto diventa terribilmente più complicato. Questo è quanto accade in Europa dove è difficile trovare ampie zone spopolate. Ciò incide anche sul prezzo del gas che nel nostro continente è più alto rispetto a quello americano.
La multinazionale texana del petrolio, la Halliburton, ha effettuato il suo primo hydraulic fracturing europeo in un pozzo in Polonia, mentre altre compagnie come Chevron, Exxon e Shell stanno investendo già in Inghilterra, Svezia e Germania. Le prossime candidate alle trivellazioni esplorative sono Olanda, Spagna e Danimarca.
L’ENI ha fatto i passi che ho ricordato prima, ma non ha alcuna intenzione di rinunciare al gas russo. Se così fosse infatti il gas di scisto (visto che giacimenti italiani sembrano non essercene) dovrebbe essere importato da chi oggi ne produce molto, gli USA e non cambierebbe granché la musica. Invece di dipendere da una parte, dipenderemmo da un’altra, oltretutto enormemente più distante e con gli approvvigionamenti tutti da costruire. L’Italia insomma non ci guadagnerebbe proprio niente.

L’ambiente la salute

E veniamo all’ultimo punto. Che tipo di ripercussioni sull’ambiente può avere questo nuovo metodo di sfruttamento del pianeta?
Proviamo a cominciare dall’inizio.
Queste tossine possono Innanzi tutto per eseguire la trivellazione servono enormi quantità di acqua per spaccare le rocce. In un periodo in cui questo liquido sta diventando sempre più prezioso non è il massimo. Ma non è questo il problema più grave.
Ricordiamo che la produzione di combustibile deve preservare il pianeta e quindi anche non inquinare e rendere inutilizzabili le risorse primarie (cibo e acqua). Ho sempre sostenuto che le fonti rinnovabili a biomasse (ad esempio il mais per ottenere bio combustibile) vanno bene solo se non riducono la produzione di cibo. Col mais si deve prima fare la polenta e solo dopo, se si può, carburante per i motori.
Lo stesso discorso vale per il gas di scisto. Va tutto bene, purché l''ambiente e la salute delle persone venga salvaguardata, altrimenti bisogna rinunciare.
Come ho spiegato, l’estrazione prevede la frammentazione delle rocce usando composti chimici.
Il rischio di questo procedimento è quello dell’inquinamento delle falde acquifere. Se prendiamo ad esempio l’altopiano francese di Larzac, non solo il paesaggio e le pecore sono da tutelare, ma soprattutto le ricche e preziose falde di acqua presenti nel sottosuolo.
Negli USA molti cittadini sono mobilitati in tal senso anche perché si tratta del paese con la massima concentrazione di pozzi che utilizzano il fracking. C''è una potentissima organizzazione ambientalista in USA, Sierra Club, che ha scoperto che i cittadini della Pennsylvania che protestavano venivano schedati dall''azienda che si doveva occupare della sicurezza del territorio. In queste diatribe non si sa mai dove sta la verità, ma il fatto che il governatore di quello stato abbia stracciato il contratto con l''azienda in questione la dice lunga e lascia davvero pochi dubbi su come stanno le cose. La questione è piuttosto seria perché la tecnologia del fracking è ormai applicata un po'' ovunque e migliaia di americani si sono rivolti all''EPA (Environmental Protection Agency) perché conduca una inchiesta sui rischi ambientali e sanitari. In particolare Sierra Club lamenta il fatto che non si conoscano gli additivi chimici che vengono sparati nel terreno per la frammentazione delle rocce e che le operazioni siano eseguite in un deserto di normative che tutelino ambiente e salute, cosa del resto abbastanza tipica dell''amministrazione americana.
Recentemente il governatore di New York, David Patterson, ha bloccato ogni attività estrattiva per sei mesi. Intanto verranno verificate le condizioni delle falde acquifere. Alla Cornell University (Ithaca, stato di N.Y.) hanno effettuato una ricerca (pubblicata in rete e quindi facilmente reperibile) dalla quale si dimostra che durante le operazioni di estrazione ci sono fughe di gas metano, che è anche lui un gas serra, ma 72 volte più potente della CO2 e quindi molto peggiore delle emissioni create dalla combustione di petrolio o carbone.
Abbiamo già detto della enorme quantità di acqua necessaria per il fracking, ma non è tutto, perché quell’acqua poi risale in superficie assieme al gas, inquinata dagli additivi chimici usati nell’operazione e quell’acqua inquina i terreni e giù giù fino alle falde. Insomma alla fine di ogni estrazione bisognerebbe bonificare il sito, cosa che non avviene affatto.
Anche l''Epa (l''Agenzia per la sicurezza ambientale americana) ha affermato che questa tecnica di estrazione può inquinare le falde acquifere, e per questo ha messo sotto controllo le attività della Exxon Mobil.

Gasland

Quest''anno in occasione del festival del cinema di Roma è stato presentato, fuori concorso, il documentario «Gasland» di Josh Fox, nel quale il reIl film "Gasland"gista denuncia, tramite un documentario di 107 minuti e girato in un anno e mezzo tra «Texas e Colorado, Utah e Wyoming, con una telecamera e una serie di recipienti per raccogliere l''acqua. Le falde acquifere, infatti, sono talmente inquinate che chi avvicina un accendino all''acqua che scorre dal rubinetto di casa, nei pressi delle stazioni di perforazione, vede il liquido infiammarsi quasi fosse alcool puro...» (tratto dalla recensione su MYmovies). Il documentario raccoglie testimonianze, immagini, e mette in evidenza i danni che le infiltrazioni dei gas nelle falde, dovute all''estrazione tramite fracking, hanno provocato alle popolazioni americane.
Infatti la mancanza di una severa normativa ambientale e tecnica da parte del governo americano verso le compagnie petrolifere porta a scelte sbagliate, e l''attuale legislazione americana consente oltre che di sfruttare il territorio anche di utilizzare qualsiasi tipo di additivo chimico senza dover comunicare nulla al governo (come invece è richiesto dalle norme ambientali in Italia e in Europa).
Esistono diversi siti di appoggio al film Gasland e una pagina su Facebook. Youtube offre il promo del documentario oltre ad altri commenti e considerazioni dei lettori. Si viene così ad apprendere che tuttp è cominciato quando al regista Josh Fox è stato chiesto di affittare i suoi terreni per la perforazione: allora si è imbarcato in una vera e propria odissea attraverso il Paese, scoprendo una scia di segreti, bugie, e contaminazioni.
Il filmato (in inglese) non è disponibile per un download "ufficiale", anche se esistono molti siti birichini che ...

Conclusione

Concludo questo intervento con le previsioni che il Dipartimento dell’Energia americano ha stilato per i prossimi anni in quanto a fonti energetiche. Il documento uscirà nel prossimo mese di marzo, ma ne sono stati pubblicati alcuni estratti dai quali si può ben capire che aria tira.
L’ente americano prevede che entro il 2035 la produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili (escluso l’idroelettrico) è prevista attorno al 3%, un valore molto basso perfino più basso delle stime già fatte nel 2010. Una delle cause più importanti di questa diminuzione è proprio nell’uso del gas di scisto. Contrariamente quindi al pensiero di Amy Jaffe lo scotto da pagare tocca proprio le rinnovabili che, in ogni caso, devono rappresentare le soluzioni future per tutti i motivi che ben conosciamo e che qui non occorre ripetere. Tra questi il contenimento dell’effetto serra, che l’estrazione di gas dagli scisti rischia di far aumentare come abbiamo visto.
Tra le altre previsioni fatte dall’ente americano c’è il prezzo del petrolio. Grazie alle grandi riserve di gas di scisto infatti la domanda di petrolio dovrebbe diminuire garantendo così prezzi “ragionevoli” vale a dire attorno a 125 $/barile nel 2035, sicuramente più alti di oggi, ma ancora sostenibili.
Tra le previsioni dell’ente è anche la mancanza quasi totale di biocarburanti nel futuro degli USA. Questo sarebbe dovuto alla mancanza di tecniche abbastanza efficaci per produrli. I combustibili liquidi da biomasse costituiranno solo il 3% del totale.
Si tratta solo di previsioni che tra l’altro non combaciano per niente con quello che sta avvenendo negli Stati Uniti. La recente chiusura di molte centrali a carbone, la limitazione della produzione di nucleare e il boom di alcune forme di fonti rinnovabili, soprattutto eolico e solare negli stati del Sud (Texas e California). Questo fa sperare che le previsioni del Dipartimento siano frutto o di un eccessivo entusiasmo di fronte al nuovo gas o di una serata troppo allegra passata in qualche bar.