Le basi della blue economy

blue economyLa nostra economia è basata sulle fonti fossili da almeno 250 anni. Qualcuno l’ha chiamata brown economy, assegnandole il colore forse meno accattivante, il marrone.
Negkli anni recenti molto si èp fatto per traghettare il sistema produttivo verso un’economia verde, la green economy, assegnando un colore che richiama prati e boschi e quindi la natura. I limiti di questa scelta sono soprattutto economici e tecnologici. Insomma, per trasformare in green il brown occorre investire molto denaro, cosa che solo i ricchi possono permettersi, mentre i morti di fame restano sempre morti di fame.
La strategia economica che più si avvicina alla natura e che costa meno di tutte in termini di investimenti si chiama blue economy.
Cerchiamo di capire di cosa si tratta, seguendo i ragionamenti del suo fondatore, l’imprenditore e scrittore belga Gunter Pauli, che ha inventato un nuovo paradigma per la nostra società. Il colore in questo caso è altrettanto suggestivo del verde, perché richiama il cielo terso, il mare pulito e il colore dominante del nostro pianeta visto dallo spazio.
Vorrei chiarire subito che non va fatta confusione con chi ha utilizzato questo nome (l’economia blu) per definire quella relativa al mare e a tutto quello che con esso ha a che fare. Si tratta, come vedremo di processi e soluzioni che riguardano tutto il mondo, terrestre, acquatico e anche quello sotto terra.
Cosa vuole fare l’economia blu?  Vuole raggiungere uno sviluppo sostenibile, proprio come la green economy. Per arrivare a questo ipotizza una grande innovazione anche tecnica che poggi sulla condivisione delle conoscenze in tutto il mondo.
Niente di nuovo dunque? No, c’è qualcosa di nuovo, perché la critica che Pauli e gli altri della blue economy rivolgono alla green economy è il fatto che è troppo costosa e quindi potrà essere rivolta solo ai più fortunati mentre la maggior parte delle persone non potranno permettersela. E ha inoltre dei rischi nascosti dietro la facciata verde.
É il caso dei bio-detersivi all’olio di palma, che nascondono una deforestazione massiccia nelle zone tropicali. O la produzione di cibi biologici che costano molto di più o che provengono da zone lontane con la necessità di lunghi trasferimenti con navi che certo non fanno bene al sistema climatico del pianeta.
E allora?
Allora, dice Pauli, bisogna avere più fantasia e più intelligenza e fare con quello che abbiamo, perché spesso quello che abbiamo è sufficiente per risolvere problemi anche grandi. E dovremmo imparare e copiare dalla natura che mette in atto processi fantastici e del tutto gratuiti. Farò di seguito molti esempi.
Pauli si è lanciato in imprese davvero titaniche. Ha scritto il libro “Blue economy”, in cui descrive questo nuovo modo di intendere lo sviluppo. Ha poi pubblicato una seconda edizione del libro, Blue economy 2.0, in cui descrive i risultati raggiunti più di recente. Ha aperto la fondazione “ZERI” (che sta per Iniziative e ricerche a zero emissioni) che raccoglie tutti i progetti utili a ridurre l’uso di materie prime e a potenziate il riutilizzo delle risorse che già esistono in natura.
Pauli sostiene che imitando la natura e i meccanismi che essa ha sviluppato, si riuscirebbe a mettere in piedi un modello economico capace di garantire non solo benessere diffuso, ma anche un bene che raramente mettiamo in relazione ai discorsi di profitto economico: la felicità. Parlare con questo economista belga potrebbe dare la sensazione di avere di fronte una specie di visionario, ma di certo è molto determinato e sa quel che dice: “Posso dimostrare a un uomo d'affari che la Blue Economy è più competitiva di qualsiasi altro modello economico; a un uomo politico posso dimostrare che i costi dei servizi e dei beni pubblici, come l'acqua, l'aria pulita e la biodiversità, aumentano producendo posti di lavoro”.
Zeri non è un piccolo ritrovo per amici. Ne fanno parte 3000 tra tecnici ed economisti che intendono sviluppare nuovi processi produttivi, in cui gli scarti di un processo possano essere utilizzati come materie prime per un altro, in modo da ridurre drasticamente, se non evitare completamente, la produzione di rifiuti da smaltire in modo improduttivo e dannoso per l'ambiente. "L'obiettivo è lo zero: zero incidenti, zero sprechi, emissioni zero". La sua filosofia non è quella che vede il progresso e la scienza come mali da estirpare, ma quella di incorporare nel progresso sia il rispetto per l'ambiente, sia le tecniche usate dalla natura stessa, di fatto rendendo il processo produttivo parte di un ecosistema.
Insomma è qualcosa che merita di essere conosciuto, di cui parlare per vedere se anche con queste soluzioni è possibile pensare ad un mondo migliore nel quale vivere.
Il racconto che state leggendo è tratto dal libro “Blue economy”, 344 pagine a 25 €, Edizioni Ambiente editore, la cui lettura consiglio a tutti quelli che sono interessati non solo alla blue economy, ma che sono anche curiosi di capire come la natura può essere la vera maestra della nostra vita.
E, come nella migliore tradizione scientifica, cominciamo dalla fine dei processi, cioè dai rifiuti. Ne ho parlato decine di volte, ma qui voglio seguire il pensiero di Gunter Pauli, che peraltro condivido in pieno.
I nostri rifiuti sono quello che rimane di inutilizzato da un processo produttivo lineare della società dei consumi. E quelli che noi vediamo non sono nulla rispetto a quelli prodotti. Ogni tonnellata di immondizia urbana infatti è solo una porzione minima di quelli che vengono prodotti dall’estrazione, produzione, distribuzione delle merci: 71 volte di più. E in mezzo non c’è solo la plastica delle discariche: ci sono scorie nucleari, metalli pesanti, cromo nelle falde acquifere. Quando le discariche traboccano si bruciano e ci intortano con le bugie sulla produzione di energia dai rifiuti. L’energia si perde, l’unica cosa che si valorizza sono i soldi per i gestori, che spesso da noi sono enti pubblici. C’è una stima per gli USA che parla di 50 miliardi di dollari spesi ogni anno per il solo trasporto dei rifiuti alle discariche. Se a questo si aggiungono i costi della raccolta, del trasporto, della diffe­renziazione e dello smaltimento dei rifiuti dal settore edile, agricolo e industriale e minerario, il costo raggiunge l’incredibile somma di mille miliardi di dollari. E anche se questi soldi rientrano nei bilanci nazionali, è evidente che questo smaltimento è una attività improduttiva.
L’economia non sta andando a carte quarantotto solo perché i mercati finanziari sono pieni di denaro immaginario. La crisi è anche figlia di un processo basato su risorse di cui non disponiamo più e di rifiuti che non sappiamo più dove e come nascondere.
Dunque, il primo cambiamento necessario è quello di smettere di produrre ciò che non serve, specialmente quello che è tossico e inquinante, per il pianeta e tutti i suoi abitanti.
Già, i rifiuti. A volte siamo così presi dal nostro strano concetto di benessere che nemmeno ci rendiamo conto di quanti ne abbiamo intorno.
Cosa farne? La blue economy ha una risposta semplice, efficace e, per certi versi, sconcertante: usiamoli!
Un esempio? Un gruppo di ricercatori guidati dal prof. Yoshihito Shirai del Kyushu lnstitute of Technology, una delle università statali giapponesi, ha usato l’amido contenuto negli scarti di cucina dei ristoranti per produrre acido poli-lattico, utilizzando un fungo a temperatura ambiente. In altre parole hanno creato un sistema per ottenere plastica dai rifiuti delle cucine.
E di esempi simili ce ne sono a decine e decine.
gunter pauliNel campo dei saponi si possono impiegare i tensioattivi derivati dallo zucchero, usati principalmente nell’industria farmaceutica, o una sostanza pulente (d-limonene) contenuta nelle scorze degli agrumi. Altri esempi li vedremo andando avanti con la chiacchierata. Nella maggior parte dei casi si tratta semplicemente di seguire i processi naturali, che la natura ci mostra da sempre.
Se osserviamo gli ecosistemi nel loro insieme vediamo che i sistemi naturali non falliscono mai e si tratta di modelli affascinanti ed efficienti di gestione, di produzione e di consumo. É probabile che chi ostacola questa idea di economia, quella blu appunto, lo faccia perché non conosce bene gli straordinari progetti e i risultati ottenuti. Effetti elevati con risorse limitate; basso consumo energetico con a volte una produzione superiore al necessario. Miglioramento della salute, sicurezza alimentare e acqua potabile sono vantaggi aggiuntivi, non irrilevanti.
Le industrie della blue economy stanno nascendo ispirandosi al modo in cui la natura si serve della fisica e della biochimica per creare interi processi che funzionano armoniosamente senza creare rifiuti o perdite di energia, ma generando al contempo posti di lavoro, molti posti di lavoro. Il risultato finale sarà quello di incurvare quel modello di produzione lineare che deve ogni volta ricominciare da capo per renderlo quanto più ciclico possibile, proprio come ha fatto l’azienda natura per miliardi di anni.
la tecnica che sta alla base di questa strategia è la “logica a cascata”. Si tratta di individuare quei processi che producono rifiuti utili per un secondo processo, il quale a sua volta avrà rifiuti che possono diventare risorse per un terzo processo e così via. A volte il cerchio si chiude, come avremo modo di vedere negli esempi che svilupperemo nei prossimi capitoli. Per fare questo occorre saper cogliere gli aspetti profondi del comportamento degli ecosistemi naturali, saperli studiare e adattare ad un sistema di produzione che sia rispettoso dell’ambiente, delle persone e della società.

Esempi di blue economy

A volte quando si dice che una cosa è impossibile è semplicemente perché nessuno ha mai provato a realizzarla. Forse qualcuno ha trovato noiosa o incomprensibile, la premessa, per così dire, teorica. Non c’è niente di meglio, allora, di rispiegarla, attraverso alcuni esempi di blue economy. Ce ne sono a centinaia, in ogni parte del mondo. Qui diamo solo uno sguardo veloce alle varie questioni, alcune delle quali saranno poi approfondite nei prossimi capitoli.

Las Gaviotas – Colombia

las gaviotasCominciamo con la storia del colombiano Paolo Lugari che si è messo in testa di creare un’area ecosostenibile nella savana, ripopolandola di quegli alberi che erano stati tagliati. 25 anni dopo quella “missione impossibile” è sotto gli occhi di tutti. Un milione e mezzo di alberi nuovi popolano una foresta di 10 mila ettari. E l’impossibile è diventato possibile combinando le azioni di piante diverse: un fungo e un pino. Se piantato in un terreno ricco di questo particolare fungo (Pisolithus tinctorius) il pino dei caraibi crea una zona d’ombra che protegge terreno e radici dai raggi del sole.  Nonostante il caldo riesce a sopravvivere utilizzando il nutrimento indotto proprio dalla presenza dei funghi. Il tappeto di aghi di pino a terra funge da coibentazione del terreno che viene quindi mantenuto più fresco. La minor temperatura consente anche un maggiore assorbimento di acqua quando piove e dunque un ambiente più idoneo all’attecchimento dei nuovi semi. Si è calcolato che il 92% delle sementi piantate attecchisce. Ma non è tutto, perché la crescita enorme delle piante induce una maggiore biodiversità. L’aria della savana diventa migliore con minore inquinamento, con minor temperatura rispetto ai terreni circostanti e quindi con maggiori piogge. La savana arida e desolata si trasforma in una fore­sta ricca, addirittura, di acqua potabile, con un terreno più fertile ideale per lo sviluppo della flora. Questo è uno dei grandi principi della blue economy, quello di non considerare mai ecosistemi isolati, ma tutti con la possibilità di collaborare in simbiosi con altri ecosistemi: in questo caso quello dei funghi e delle piante. Las Gaviotas è oggi un eco villaggio che ospita qualche centinaio di persone, le quali vivono con energie pulite, coltivazioni biologiche, condivisione delle risorse; senza polizia, senza armi, senza prigione … senza sindaco. E tutto grazie ad un fungo e all’osservazione di fenomeni naturali.
La risonanza di Las Gaviotas ha indotto il presidente della JP Morgan ad investire un gruzzoletto nell’impresa per portare la foresta da 8000 a 100 mila ettari. Non solo, ha offerto al presidente colombiano un fondo di investimento di 300 milioni di dollari per estenderla ancora. Il risultato potrebbe essere quello di generare 100 mila posti di lavoro nei prossimi dieci anni, neutralizzando le emissioni di CO2 pari a quelle di Belgio e Olanda messi assieme.

Il giacinto d’acqua - Africa

giacinto d'acquaL’ Eichhornia crassipes o giacinto d’acqua è una pianta che vive nelle regioni tropicali e deriva soprattutto dalle regioni amazzoniche. É talmente infestante che l’Unione Internazionale per la Conservazione della Natura, una ONG con sede in Svizzera, l’ha messa tra le 100 specie aliene più dannose al mondo. Per debellare queste piante vengono usati degli insetti e delle farfalle particolari.
In Africa qualcuno si è mosso diversamente. Si prendono tutte le acque di scolo provenienti da bagni, cucine, deiezioni animali e umane e si raccolgono in una grande cisterna. Si aggiunge il giacinto d’acqua tritato. Quello che accade è che si forma metano, che può essere usato per l’economia locale. Il restante materiale, mineralizzato, diventa mangime per i livelli più bassi della catena alimentare: zooplanctron, fitoplancton e quell’insieme di animali che vivono i fondali marini chiamato bentos. Questi, a loro volta, alimentano i pesci e su su verso la cima della catena alimentare, dove ci troviamo noi.

Larve di mosca - Niger - Benin

Credo che chiunque sia stato in certe zone calde del mondo, ad esempio in Africa, abbia sofferto per il gran numero di mosche presenti. Anche il popolo Songhai ha lo stesso problema. Si tratta di una popolazione che vive lungo il grande fiume Niger, più o meno tra il Mali e il Niger, non troppo lontani da Timbuctu. Qua le mosche sono davvero un problema serio eppure anche in questo caso sono diventate una risorsa importante per l’economia. Vediamo come.
songhaiLa prima cosa che noi avremmo fatto è quella di usare un potente insetticida. Ma questa pratica è davvero sconsigliata in aree adibite alla produzione alimentare.
É qui che interviene padre Godfried Nzamujo, religioso nigeriano con cinque anni di studi negli Stati Uniti. Una volta tornato in Africa si convince che lo sviluppo in senso occidentale non può andare bene per l’Africa o risolvere in qualche modo la crisi africana. Occorre rendere autonoma l’agricoltura che produce cibo: questo è il primo passo. E così realizza il progetto Songhai in una fattoria di 25 ettari, che vuole essere un esempio, un laboratorio, in cui sviluppare tecniche alternative da esportare poi nel resto del paese. Grazie alle sue conoscenze ingegneristiche, economiche e gestionali sviluppa processi di coltivazione, acquacoltura, allevamento decisamente alternativi.
In questo progetto entrano anche le mosche: vediamo come.
Tutti gli scarti che non si possono riutilizzare dei mattatoi della regione vengono raccolti in una zona apposita dove centinaia di piccoli quadrati di cemento alti 20 cm circa sono circondati da canali popolati da carpe. L’area aperta viene coperta con una rete dalle maglie sottilissime, tali da impedire l’accesso agli uccelli ma da far passare una mosca. Un vero e proprio banchetto per mosche, che depongono le loro uova producendo una quantità importante di larve. Poi si cospargono d’acqua i rifiuti e così le larve affiorano e possono essere facilmente raccolte. Queste larve, dalle nostre parti, diventano esche usate dai pescatori. Qui servono a ben altro. A livello locale diventano mangime a basso costo per pesci e quaglie. Ma si è scoperto che gli enzimi delle larve possiedono una capacità cicatrizzante delle ferite che ne fanno un medicamento importante. Del resto la “terapia della larva” non è una novità dal momento che sono almeno 100 anni che rientra nella medicina naturale a tutto diritto.
Ancora una volta i costi di produzione delle larve sono bassissimi e in questo modo si “eliminano” davvero i rifiuti dei mattatoi. Un altro risultato collaterale è il fatto che con tutto quel ben di dio di cui servirsi le mosche sono tutte là e nelle altre zone ce ne sono adesso veramente poche.

Le carote - Svezia

Ora non vorrei si pensasse che gli insegnamenti naturali vadano bene solo in luoghi poco sviluppati (nel senso occidentale del termine) come l’Africa o l’Amazzonia. Per questi ci trasferiamo nel Nord Europa e parliamo di carote.giacinto d'acqua
Quelle del Gotland sono speciali per via del terreno alcalino (contrario di acido) in cui crescono. Gotland è la seconda più grande isola del mar baltico, si trova nel Sud della Svezia, ha circa 60 mila abitanti ed ha come attività principale l’agricoltura. C’è anche del turismo e i turisti dell’isola non si fanno mai sfuggire l’assaggio della famosa torta dolce di carote. Chiunque faccia la spesa sa che trovare carote tutte delle stesse dimensioni è complicato. Questo problema, quasi burocratico, aveva rallentato l’esportazione del prodotto e lo stesso problema è stato l’inizio di quella che possiamo chiamare l’economia della carota. Trovata una ricetta giusta, si realizza la famosa torta, che viene congelata appena sfornata. Presto i dolci diventano famosi in tutta la Svezia e oltre, arrivando perfino in Asia. In cinque anni i posti di lavoro passano da cinque a trenta nel forno locale. Viene realizzato un centro di calibrazione delle carote, dove la quasi totalità dei raccolti viene selezionata e suddivisa con sistemi automatici in categorie specifiche: quelle lunghe e sottili, quelle corte e grosse, quelle dalla forma strana e poi quelle baby che prima venivano semplicemente scartate, ma che, confezionate opportunamente, vengono adesso acquistate ad un prezzo addirittura quadruplo rispetto a quelle standard. Le carote più grandi non vengono confezionate, ma trasformate in succo di carota, che ha un mercato di nicchia molto remunerativo. I residui di polpa diventano mangimi per animali e così via.
Credo sia superfluo ricordare che l’energia per fare tutto questo è di origine eolica.
Ma ci sono altre soluzioni di questo tipo che utilizzano gli scarti del mercato globale. Così va per i residui dei cereali usati nella lavorazione della birra. Il panificio svedese Eskelunds Hembageri li raccoglie per farci del pane.

Dallo zucchero alla carta – Ovunque anche in Italia

La bagassa, cioè il residuo della canna da zucchero che costituisce oltre l’80% della biomassa e che viene normalmente incenerito può servire a fabbricare carta e cartone salvaguardando alberi che devono essere utilizzati per produrre ossigeno.
Fantasie? Se cercate in rete troverete aziende che di questo vivono.
carta pietraC’è, ad esempio, l’azienda Favini che produce carta a Rossano Veneto, sul mercato da secoli. Le sue carte sono davvero naturali, nel senso che utilizzano materie prime che altrimenti verrebbero buttate via o che inquinerebbero l’ambiente in cui proliferano.
Potete visitare il suo sito, molto, davvero molto istruttivo: www.favini.com.
E così abbiamo carta che usa come materiale le alghe della laguna veneziana, prodotta da un processo brevettato dalla stessa Favini. Si usano scarti della lavorazione della frutta (limone, arance, mele ma anche olive, mais ecc.).
Non manca, ovviamente, la carta prodotta con il riciclo della carta e del cartone mandate al macero.
Un classico esempio
L’azienda ha circa 500 dipendenti, impiega solo energia rinnovabile, segnatamente idroelettrica ed eolica. Fa affari e profitto e offre lavoro senza devastare l’ambiente. Si vede che si può.
In Cina hanno ricavato carta da pietre riciclate (resti di lavorazioni ad esempio). La "carta-pietra" (stone paper) è riciclabile all'infinito, non teme strappi o pioggia, così che potrete leggere il giornale anche quando sarà immerso nella vostra vasca da bagno. La carta di pietra  è venduta anche da noi, come ad esempio a Milano nel negozio Ogami.

Caffè e funghi shiitake

Ma proviamo a seguire il ragionamento di Gunter Pauli su un altro esempio, che ormai è diventato un classico e riguarda il caffè che noi beviamo ogni mattina.
Quel caffè che ingeriamo deriva dalla raccolta di una biomassa fatta da un contadino del Kenia o della Colombia. Le successive trasformazioni industriali hanno portato alla polvere nera che abbiamo messo assieme all’acqua nella moka per ottenere la bevanda che di solito ci sveglia la mattina. Bene, la quantità di caffè che finisce nella nostra tazzina è solo lo 0,2% della biomassa di partenza. Significa che il 99,8%, cioè quasi tutto il prodotto iniziale è uno scarto. La domanda che la blue economy si è fatta è stata quella di come utilizzare questi scarti. Ecco la soluzione.
funghi e caffèAttualmente ci sono molte iniziative in tutto il mondo, anche in Italia, in cui questi scarti vengono impiegati nella coltivazione di funghi particolari, chiamati shiitake.
Una delle straordinarie proprietà di questi funghi è il loro contenuto proteico, così elevato da competere con quello della stessa carne. Se aggiungiamo l’assenza di acidi grassi saturi, il fatto che contengono sostanze che favoriscono il controllo della pressione arteriosa, la riduzione del livello di colesterolo, il rafforzamento del sistema immunologico e l'inibizione dello sviluppo di tumori, virus e batteri, beh, non possiamo certo stupirci della sua enorme diffusione.
Bene, quelle iniziative di cui parlavo hanno cominciato ad usare le biomasse come quelle del caffè per coltivare gli shiitaki. La produzione in proprio ovviamente riduce drasticamente i costi rispetto a quelli importati dal lontano Oriente. Dunque abbattimento dei costi, produzione di posti di lavoro per un cibo molto sano. Va tenuto presente che la funghicoltura richiede molti posti di lavoro e questa non è certo una brutta notizia. Ma non è finita qui. Perché quello che resta nel terreno è ricco di aminoacidi e può essere utilizzato come mangime per gli animali domestici o di allevamento. E da qui se proprio volete possiamo passare alle deiezioni e alla produzione di biogas e di energia pulita attraverso un cogeneratore.
Forse ora guarderete con più rispetto il vostro caffè quando andrete al bar.

Insegnare agli orfani africani - Zimbabwe

ChidoSulla vicenda del caffè si innesca un’altra storia africana, quella di Chido Govero, che ha avviato il programma Orphan Teaches Orphans – gli orfani insegnano agli orfani. Proviamo a conoscerla. Chido non ha mai conosciuto suo padre e ha visto morire la madre di AIDS quando aveva solo 7 anni. A quella tenera età è dunque diventata il capo di un piccolo nucleo famigliare con suo fratello minore e la vecchia nonna cieca. Abusi da parte di zio e cugino era il prezzo da pagare per avere rifugio nel territorio della famiglia. E questo, racconta, è la regola piuttosto che un’eccezione.
A 12 anni, grazie ad un corso di ZERI, la fondazione di Pauli, impara a coltivare funghi, trasformando in substrato foglie, rami morti degli alberi, giacinti acquatici, residui di caffè e granoturco. Chido è conosciuta per il suo pollice verde, in quanto ottiene più funghi da un minore substrato. E così apre il programma “Orfani insegnano agli Orfani”, perché è certa che il solo modo per le ragazze di sfuggire agli abusi è quello di provvedere da sole alla propria sicurezza alimentare. Nell’aprile del 2009 dal progetto esce la prima dozzina di assistenti. Ma lei è determinata ad invadere il continente con le sue idee per creare milioni di posti di lavoro e per bandire la fame con quello che è localmente disponibile.

Ritardante di fiamma – Svezia

Mats Nilsson è un ricercatore che lavora presso la ditta svedese Trulstech Innovation che ha sviluppato una serie di gel e polveri in grado di “fagocitare il calore” che sono dei ritardanti di fiamma, nel senso che impediscono o quanto meno ostacolano lo svilupparsi delle fiamme o l’esplosione dei gas nelle miniere. Le sostanze biochimiche necessarie per le invenzioni di Nilsson potrebbero essere ottenute dai residui della vinificazione e dagli scarti della produ­zione di succo di agrumi. Ancora una volta dunque dai rifiuti pertanto con costi per le materie prima praticamente nulle.

La CO2 è buona (qualche volta) - Brasile

L’ultimo argomento che voglio esaminare è un capitolo riguardante l’anidride carbonica. Come ben sappiamo questo gas costituisce uno dei gas serra ed è il risultato, oltre che della nostra respirazione, anche della combustione. Quando bruciamo combustibili fossili come il gas, il petrolio o il carbone oppure facciamo funzionare un inceneritore di rifiuti, o bruciamo sostanze per produrre energia elettrica, o cemento o tondini di ferro, emettiamo questo gas in atmosfera. La CO2 è una delle cause dei cambiamenti climatici. Per questo essa viene vista come un nemico mortale per il nostro futuro e viene combattuta con forza da tutte le organizzazioni che hanno a cuore la nostra sopravvivenza sul pianeta Terra.
D’altra parte anche l’Ossigeno, che una volta non esisteva come gas sulla terra, era tossico, poi è diventato la base imprescindibile della vita, dopo la “invenzione” della fotosintesi clorofilliana.
co2 ed energiaPerché non si può pensare che anche per l’anidride carbonica non possa essere vero un percorso analogo? Perché cioè non possiamo pensare a questo terribile gas serra come una risorsa invece che come un problema?
Certo sembra un discorso strano. Come diavolo è possibile? Utilizzando le alghe. Del resto proprio le alghe sono state i primi organismi a sviluppare la fotosintesi e a consentire quindi tutta l’evoluzione che ha portato fino alla situazione odierna.
Grazie alla fotosintesi, le alghe hanno solo bisogno di CO2, acqua, sostanze nutritive e luce del sole per produrre il proprio cibo e la propria energia chimica. Tutti i processi di estrazione di petrolio o gas producono, come scarto, acqua salmastra. Essa viene spesso lasciata in bacini di raccolta che a lungo andare possono rilasciarla nel suolo circostante, rendendo il terreno tossico e sterile per secoli. Inoltre, visto che la temperatura ha un impatto sull’habitat della vita acquatica, anche le centrali a carbone devono avere dei bacini di raccolta dove far raffreddare l’acqua prima di riversar­la nei fiumi e negli oceani. Questi bacini sono stati imposti per legge, a quanto pare, per mitigare i danni collaterali delle centrali sull’ambiente. Non è necessario un grande sforzo di immaginazione per capire che al loro interno si potrebbero coltivare alghe in modo da trasformare una struttura dedicata allo smaltimento in un utile sistema che riduce la CO2, aumenta l’ossigeno e produce un biocarburante a basso costo e rinnova­bile.  Le alghe vivono in simbiosi con l’anidride carbonica, crescono più in fretta se ne hanno molta a disposizione, e assorbono i gas serra come una spugna. C’è di più: il vantaggio delle alghe è che da esse non si ottengono solo grassi conver­tibili in biodiesel. Dopo aver estratto l’olio, quel che rimane è una mate­ria proteica ricca di micronutrienti adatta all’alimentazione.
Nel 1995 Jorge Alberto Vieira Costa, biochimico dell’Università del Brasile nel Rio Grande ha dato il via al programma “Dalla CO2 ai nutrienti e biocarburanti” seguendo proprio le indicazioni riportate qua sopra. Finanziato dalla Fondazione Banco do Brasil, una delle più note del paese, aveva come scopo quello di insegnare ai contadini a coltivare la spirulina, un’alga che si comporta proprio come descritto prima riguardo alla anidride carbonica. Le sedi in cui coltivarla erano i laghi dell’entroterra brasiliano. Questa coltivazione ha dato come primo frutto quello di fornire una fonte di reddito per le necessità primarie. Ma poi l’alga si è rivelata un ottimo integratore alimentare, che ha aiutato le famiglie più povere a limitare gli effetti della malnutrizione. Nel 2007 il progetto si è allargato perché si è allargato l’ecosistema. Infatti in quell’anno è stato inaugurato un impianto che sfrutta la CO2 generata da una vicina centrale elettrica alimentata a carbone, per accelerare la crescita delle alghe, usate poi per produrre biodiesel. Teniamo presente che in Brasile tutte le macchine possono andare a biodiesel e quindi la sua produzione è sicuramente un ottimo affare economico.
Ma la questione delle alghe mangia-CO2 ha varcato i confini della sperimentazione e dei paesi poveri. Oggi ci sono due grandi progetti, uno al Almeria in Spagna e uno a Brindisi, entrambi sponsorizzati dall’ENEL (in Spagna attraverso l’associata ENDESA) che se ne occupano.

… concludendo …

Da questi esempi e dalle altre decine, che sono disponibili sul libro “Blue economy", si capisce come la nostra società potrebbe trasformarsi in una specie di dependance della natura in molti settori della vita produttiva. Potrebbe adottarne i processi e gli standard, riducendo gli effetti collaterali del nostro modo di concepire lo sviluppo, eliminare gran parte dei rifiuti e fungere da volano per una crescita davvero sostenibile ed ecologica. Certo occorre una visione globale della faccenda, perché i cicli devono essere compenetrati uno dentro l’altro. Gli scarti del processo A devono servire al processo B e quelli del processo B al processo C e così via. Esattamente come avviene in natura. Ma usando una tecnologia buona, basata su fonti e risorse rinnovabili, come negli esempi che ho citato fin qui.
ChidoCredo sia molto chiaro che una simile prospettiva viene vista come l’orco delle favole da parte dei sostenitori dell’attuale sistema di produzione. Da quelli che producono e vendono merci senza preoccuparsi di cosa accade all’ambiente e alla salute delle persone. Da quelli insomma che hanno solo in mente il profitto e niente più.
Molte delle tecniche descritte all’interno della blue economy hanno bisogno di ricerche e quindi di finanziamenti. Occorre che grandi società decidano che si può fare, che è utile e che produrrà benessere sia sociale (con una moltiplicazione dei posti di lavoro di cui parlerò tra poco) che personale grazie ad un aumento del guadagno. Per noi, che non siamo coinvolti da nessuna delle due cosa significherà invece ridurre il consumo del pianeta, ridurre la quantità di rifiuti prodotti con tutto quello che va dietro a questa prospettiva. Dunque anche noi avremo il nostro profitto in termini di qualità della vita migliore.
Purtroppo in un periodo di crisi economica è poco probabile che vengano imboccate strade nuove anche se portano ad un risparmio energetico del 20 o 30%. E quindi si rifugiano nel greenwashing di cui vi ho parlato la scorsa settimana, che consiste nel dare una mano di vernice verde al prodotto, magari modificandone solo la pubblicità e facendolo passare come una innovazione che difende e tutela l’ambiente e la salute dei cittadini, mentre è proprio lo stesso di prima. La standardizzazione della produzione industriale è evidente. Ciò è dovuto soprattutto al fatto che i leader di mercato affermati adot­tano una strategia nota come “effetto spiazzamento” (crowding out). In pratica si immette sul mercato un prodotto basato sulla stessa tecnologia ma con minime variazioni, occupando tutto lo spazio sugli scaffali o rispondendo a cambiamenti minimi delle esigenze industriali. Si tratta di far credere agli acquirenti di aver esattamente quello di cui hanno biso­gno. Non c’è quindi molto spazio per un nuovo arrivato.
Fondamentalmente, a livello globale c’è un unico motore diesel anche se usato da decine di case automobilistiche. I motori degli elettrodomestici sono quasi uguali in tutto il mondo. Tali metodi produttivi, a livello globale, concentrano le quote di mercato nelle mani di pochi i cui obiettivi sono le economie di scala: aumentare la produzione dello stesso prodotto con costi marginali sempre inferiori. Una volta che un prodotto diventa di uso comune, gli stabili flussi di denaro che esso genera scoraggeranno il cambiamento … anche se è un cambiamento in meglio.
Il mercato dei prodotti adesivi illustra in modo eloquente questo mecca­nismo. Ci sono centinaia di colle e adesivi sul mercato, dominato da mega società come la 3M. La Henkel, un’azienda tedesca, commercializza pro­dotti adesivi derivati dall’amido vegetale. In realtà, il mercato è sommer­so di “soluzioni”. La domanda mondiale di adesivi e sigillanti genera un giro d’affari di circa 50 miliardi di dollari l’anno. Solo in Europa, ogni anno, l’industria degli adesivi e dei sigillanti investe 200 milioni di dolla­ri in ricerca e sviluppo. Questo vasto mercato con un potenziale di ricer­ca enorme è concentrato nelle mani di poche aziende che hanno già una ricchissima gamma di prodotti; diventa così difficile per un nuovo pro­dotto, per quanto creativo e attraente possa essere, ritagliarsi una sua nic­chia e spiazzare gli altri dagli scaffali, farsi spazio nei cataloghi di vendita o attirare l’attenzione degli acquirenti. 
Perché queste cose non si sono sempre fatte? Il motivo è abbastanza semplice. Perché noi siamo abituati a considerare gli ecosistemi isolati, a se stanti, senza interazione tra loro. Nell’esempio dei funghi e del caffè ( lo stesso vale per il thè), l’ecosistema della produzione del caffè va integrata con quella dei fughi e questa con la produzione di mangimi, con l’allevamento del bestiame di modo che lo scarto di ogni fase possa alimentare quella successiva.
Ho cercato di darvi un’idea di quelli che sono i progetti legati alla blue economy di Gunter Pauli. Si tratta ovviamente solo di qualcuno tra i molti esempi che potete trovare nel libro citato molte volte. Alcuni di questi possono sembrare fantascienza o addirittura farneticazioni. Ma almeno quelli che hanno un’età non giovanissima potranno ricordare i tempi in cui la maggior parte delle operazioni che oggi facciamo erano ritenute da quasi tutti semplicemente impossibili. Operazioni anche semplicissime, come sfogliare un giornale da casa, ritirare i nostri soldi da una banca a diecimila km di distanza da dove li abbiamo depositati, produrre energia elettrica calpestando un pavimento o scatenandoci in un ballo sfrenato. Pianeta bluL’impossibile non esiste. A volte è solo troppo presto perché sia già realizzabile.
Quella della Blue Economy – giura Gunter Pauli - è una via d’uscita, forse la migliore via d’uscita dall’empasse nella quale ci siamo cacciati e di cui siamo tutti responsabili, sia che siamo produttori di merci inutili e dannose, sia che ne siamo consumatori.
Certo, i sostenitori della decrescita o della green economy potranno non essere d’accordo. Magari però adesso siete un pochino più curiosi e volete saperne di più. Questa è una buona cosa, perché, come diceva il vecchio Albert Einstein, la curiosità è il primo passo verso la conoscenza. Buon viaggio!